Lloyd Kelly, il difensore della Juventus, ha avuto il “piacere” di ricevere alcuni commenti da veri intenditori della comunicazione online: insulti razzisti. Il nostro giovane inglese, classe 1998, ha deciso di condividere con il mondo quel gioiellino ricevuto su Instagram, dove un utente ha deciso di invitarlo a “tornare allo zoo”. Un invito certamente cortese, degno di un’epoca illuminata come la nostra.
Come ogni buon sportivo che si rispetti (o forse solo per non farci mancare il consueto show social), Kelly ha risposto con quella saggezza che solo chi sopporta fin troppo può avere.
Lloyd Kelly ha scritto:
«Le critiche fanno parte della vita e anche dello sport, e le ho sempre accettate: ognuno ha diritto alla propria opinione. Ma questo non lo accetterò. Le parole e le azioni hanno un significato e anche delle conseguenze.»
La solita farsa dei social tra ignoranza e buonismo
Ovviamente non poteva mancare la prevedibile ondata di dichiarazioni di solidarietà, hashtag di facciata e qualche tweet di condanna che verrà dimenticato insieme a un’istantanea del pranzo su Instagram. Intanto, il povero Kelly deve fare i conti con uno sport che, nei suoi ambiti più bassi, si trasforma in un’arena di inciviltà degna della peggiore tifoseria ultras.
E mentre si discute di diritti, rispetto e uguaglianza, qualcuno si diverte ancora a lanciare offese degne di un manuale di etichetta medievale. Ma certo, tutto fa cultura, educazione e coesione… vero?
Un problema che nessuno risolve davvero
Vi risparmiamo il solito teatrino delle parole vuote da parte di società sportive, organi di controllo e istituzioni. Da anni si parla di “tolleranza zero”, “campagne educative”, “patti di civiltà”, ma il risultato finale è sempre lo stesso: qualche sospensione simbolica, qualche multa ridicola e il ritorno al “tutto bene” per altri cinque minuti.
Nel frattempo, i calciatori come Lloyd Kelly devono armarsi di pazienza, psicologia e sana ironia per sopportare i messaggi che, ahinoi, accompagnano sempre più spesso la loro carriera. Sembra quasi che alcuni tifosi abbiano scelto l’insulto come metodo preferito di comunicazione, con buona pace del fair play e della decenza umana.



