Ecco come Schroders diventa l’ultimo giocattolo da miliardi della finanza britannica

Ecco come Schroders diventa l’ultimo giocattolo da miliardi della finanza britannica

La svendita di certe aziende britanniche non fa mai troppo scalpore, mentre altre, come il colossale affare da 11,5 miliardi di sterline con cui Kraft nel 2010 si accaparrò Cadbury, continuano ad alimentare dibattiti accesi anche dopo anni. Oggi sembra che l’acquisizione da 9,9 miliardi di sterline di Schroders da parte di Nuveen, annunciata la scorsa settimana, stia entrando proprio in quella categoria di eventi che scuotono il City.

Per i veterani della finanza londinese è una tragedia da film drammatico – la perdita di uno degli ultimi baluardi della Square Mile è vissuta quasi come una ferita personale. Come ha saggiamente osservato Marc Rubinstein, un ex dipendente della banca:

“Ci sono istituzioni di cui pensi che sopravvivano a te. Schroders era una di queste.”

È piuttosto curioso, visto che oggi Schroders è principalmente conosciuta come una società di gestione patrimoniale, ma alle sue origini, nel lontano 1804, questa gloriosa azienda fondata dal finanziere tedesco Johann Schröder era nient’altro che una banca mercantile. Non una qualunque, ma un tempio della finanza d’altri tempi, molto distante dalle attuali megabanche d’investimento, quelle che dominano oggi Wall Street e la City.

Le banche mercantili, infatti, erano creature di un’altra era, focalizzate principalmente sulla consulenza aziendale pura. Niente di tutta quella miscelazione moderna di servizi finanziari, emissione di titoli in azioni o debito e operazioni sul mercato delle azioni di cui si vedono oggi esponenti iperattivi dietro un’inchiesta giornalistica riguardante qualche scandalo.

Le banche mercantili erano il gotha della finanza londinese, salite al vertice della gerarchia delle società finanziarie, come ha descritto con un pizzico di nostalgia l’ex banchiere di Schroders, Philip Augar, nel suo brillante libro “The Death of Gentlemanly Capitalism”. Queste istituzioni addirittura sedevano nel famigerato Accepting Houses Committee, una creazione tutta britannica pensata per coordinare le politiche finanziarie tra prestatori, il Tesoro dell’UK e la Banca d’Inghilterra nei periodi di crisi.

Chi comandava queste banche? Ovviamente i rampolli dell’“old money”, quelli cresciuti nelle esclusive scuole a pagamento, soprattutto Eton, con una cultura che sarebbe potuta diventare un fenomeno da baraccone. Augar descrive un mondo da fiaba: clienti accolti come principesse in residenze di campagna, cameriere in abiti rigorosamente bianco e nero, maggiordomi in livrea, saloni arredati con quadri di battute di caccia e un rituale di pranzi di lavoro iniziati con sherry o gin tonic, accompagnati da pregiati vini francesi e chiusi con porto e sigari, sia mai che qualcuno si facesse mancare il minimo fastidio.

Quando Augar ha iniziato a lavorare in City, queste prelibatezze erano ancora all’ordine del giorno, tutte banche britanniche, gestite e controllate da famiglie aristocratiche. Oggi? La maggior parte di loro è stata fagocitata da giganti stranieri o ha semplicemente cessato di esistere, tranne poche eccezioni come NM Rothschild e Lazard. In pochi ricordano che Morgan Grenfell è finita sotto Deutsche Bank, SG Warburg sotto la Swiss Banking Corporation, Barings nel gruppo ING, Kleinwort Benson è diventata cibo per Dresdner Bank, e infine Hambros è passata a Société Générale.

Il colpo di scena più clamoroso? Aprile 2000, quando Robert Fleming & Co – istituzione quasi leggendaria che aveva persino un piper scozzese che suonava nelle sue sedi alcune volte a settimana e che condivideva il sangue con l’autore di James Bond, Ian Fleming – venne venduta per 7 miliardi di dollari al vecchio colosso Chase Manhattan Bank.

Per avere un’idea dell’influenza di Schroders, basti pensare che all’inizio del 2014 ben sei società del FTSE-100 avevano presidenti cresciuti alla scuola bancaria mercantile di Schroders: da Win Bischoff a Lloyds Banking Group, fino a Richard Broadbent a Tesco, passando per Robert Swannell a Marks & Spencer e altri illustri alumni.

Nonostante quel periodo dorato, l’uscita definitiva dalla banca mercantile è arrivata probabilmente al momento giusto. Schroders ha venduto la sua divisione di merchant banking a Citi per 1,35 miliardi di sterline, concentrandosi sull’attività di gestione patrimoniale, una mossa oculata che però, ora, sembra destinata a chiudere un capitolo importante della storia finanziaria britannica con la recente acquisizione da parte di Nuveen.

L’inizio di una nuova era?

I margini di profitto in quel mondo tanto amato di asset management stanno da anni sgonfiandosi come un palloncino bucato. Il motivo? Sempre più soldi sono passati dalla gestione attiva a quella passiva, rendendo l’attività originaria sempre meno redditizia. Così, nella disperata voglia di crescere, i gestori di fondi hanno buttato lo sguardo verso i mercati privati, sperando che là il business sia più succulento.

Ma come ogni tentativo di reinventarsi, la conquista di nuovi territori è piena di ostacoli, soprattutto quando una società che si credeva eterna viene venduta per quasi dieci miliardi, lasciando sul campo nostalgie, rimpianti e un incredibile vuoto istituzionale. Quello che rimane, dunque, è il gioco delle sedie tra giganti globali, la fine della finanza gentiluomina e l’inizio di una nuova dominazione, meno elegante, più spietata.

Il tentativo di mantenere la propria indipendenza nel mondo spietato della gestione patrimoniale si è rivelato un’impresa costosissima e dai risultati a dir poco altalenanti, finendo inevitabilmente per spingere verso la consolidazione, perché, come sappiamo, la grandezza conta, sempre e comunque.

Richard Buxton, uno dei manager di fondo più celebri della City e dipendente di Schroders da dodici anni, ha scritto in un articolo per una testata finanziaria che da tempo si aspettava la vendita di Schroders a un attore più grosso, vista l’ossessione della famiglia proprietaria per il controllo assoluto.

Lui stesso ha spiegato:

“A meno che la famiglia non fosse stata disposta a vedere la società emettere azioni per acquisire altre società di gestione patrimoniale complementari, diluendo così la propria partecipazione ma in cambio diventando azionisti in una compagnia più grande, le acquisizioni tramite aumento di capitale erano fuori discussione.”

In pratica, il patrimonio della società avrebbe potuto finanziare acquisizioni, ma nessun asset manager sano di mente vuole trovarsi appesantito da un bilancio colmo di debiti. I clienti odiano il debito, e questa è una considerazione fondamentale quando si cerca di convincere nuovi clienti.

In un settore dove i mercati possono crollare da un momento all’altro e spazzare via entrate in un batter d’occhio, indebitarsi è praticamente un suicidio finanziario.

Buxton prevede così la fase d’oro per piccoli boutique manager indipendenti, di proprietà dei dipendenti stessi, con un numero limitato di prodotti e in grado di investire a lungo termine senza dover sostenere burocrati costosissimi o litigare per distrarre l’attenzione dei team di vendita tra mille prodotti concorrenti gestiti dai colleghi.

Ironia della sorte: questa dinamica è già successa nella banca d’affari dopo che Schroders si è venduta a Citi, con l’apparizione di boutique specializzate nell’advisory come Gleacher Shacklock, Ondra Partners e Robey Warshaw, che però non hanno vissuto chissà che delle vite brevi e intense: Robey Warshaw stessa è stata ceduta l’anno scorso per 196 milioni di dollari a Evercore Partners. Insomma, non sarebbe poi così sorprendente vedere qualche ex dipendente di Schroders ricomparire in qualche boutique boutique asset manager.

Qualcuno si preoccupa per il futuro della City, proprio come successe nel lontano 1987, quando le vecchie merchant bank cominciavano a essere spolpate dagli acquirenti. Fu allora che Martin Jacomb, ex presidente della Prudential, coniò il termine “Wimbledonisation” della City: noi ospitiamo il torneo, ma la maggior parte dei trofei finisce nelle mani degli stranieri.

L’acquisizione di Schroders va vista esattamente sotto questa luce, e proprio come la Square Mile riuscì a sopravvivere alla scomparsa delle sue merchant bank, è assai probabile che regga anche questa nuova perdita del più grande asset manager indipendente.

Uno sguardo ironico al futuro degli asset manager indipendenti

Nell’epoca della mega consolidazione e della caccia al potere oligopolistico, le nicchie boutique rappresentano il rifugio per chi vuole restare piccolo, snello e indipendente, ma senza la spada di Damocle del debito o il rischio di essere fagocitati.

Certamente, possiamo applaudire al fatto che questi piccoli gestori potranno finalmente fare ciò che vogliono, senza la burocrazia opprimente che soffoca la grande distribuzione di masse patrimoniali. Niente più lotte intestine per rubare il microfono al collega, niente più parate di prodotti infiniti, ma solo quella sana ignoranza dell’efficienza di un’azienda calata nel mercato reale.

Naturalmente, tutto questo non elimina il fatto che il sistema finanziario nel suo complesso continui la sua corsa sfrenata verso concentrazioni senza fine, ma almeno ora gli ingranaggi più piccoli possono sognare un futuro in cui giocare a modo loro. E forse, questa è proprio la vera sopravvivenza dalla City: basta solo aspettare chi vincerà il prossimo “torneo”.

Uno sguardo ai mercati britannici tra record e contraddizioni

Mentre la borsa londinese festeggia con un +0,8% in una giornata da record per il FTSE 100, raggiungendo quota 10.556 punti, la sterlina fa il contrario di quello che dovrebbe fare un vero campione: si indebolisce rispetto al dollaro, scendendo da 1,3625 a 1,3528 dollari.

Nel frattempo, i titoli di stato britannici decennali, punto di riferimento per il costo del debito pubblico, cedono terreno, con un rendimento in calo a 4,375%, un lieve passo indietro rispetto alla settimana scorsa. Un dettaglio insignificante, ma tanto per far capire che la finanza corre da un lato mentre dall’altro sembra inciampare nei suoi stessi passi.

Tutto ciò mentre l’economia inglese riesce a malapena a strappare uno 0,1% di crescita nell’ultimo trimestre, un risultato che più flebile non si potrebbe definire, soprattutto dopo che la Banca d’Inghilterra ha deciso di tenere ferme le aliquote di interesse, forse per disperazione più che per convinzione.

C’è chi tra gli esperti, come Sanjay Raja di Deutsche Bank, scherza sull’aumento inevitabile del tasso di disoccupazione, suggerendo che ci sia ancora un po’ di spazio prima di raggiungere il picco stagionale, ma francamente, visto il contesto, forse è solo una speranza.