Giudice che muore in corsia e quattro medici che fanno finta di niente: omissione o tragico pasticcio?

Giudice che muore in corsia e quattro medici che fanno finta di niente: omissione o tragico pasticcio?

Apparentemente, la morte del magistrato milanese Benedetto Eugenio Gaetano Simi De Burgis sembra una di quelle vicende tragiche ma “normali” che accadono solo agli altri. Invece no, perché questa volta quattro medici delle Molinette di Torino sono finiti sotto l’occhio vigile della procura di Milano per omicidio colposo. E non si parla nemmeno di semplici medici: tra gli indagati spiccano due specializzandi e gli esperti di nome – per lo meno per chi ha dimestichezza col mondo medico – Mauro Rinaldi e Massimo Boffini. Eh sì, è difficile immaginare come un intervento possa trasformarsi in una galleria degli orrori, ma le carte dicono proprio questo.

Il povero magistrato aveva raggiunto l’età matura di 72 anni. L’11 gennaio 2024, il suo cuore ha deciso di farla finita all’ospedale San Giuseppe di Milano. Quasi un anno prima, però, aveva già vissuto un’esperienza memorabile alle Molinette: un’intervento alla sostituzione della valvola aortica, roba da far tremare i polsi, come ha riferito un quotidiano di vasta fama. Perché, in caso ve lo steste chiedendo, “rilevanti criticità” è solo un modo elegante per dire che qualcosa era andato storto. Tipo un’enorme complicanza emorragica che ha trasformato il tutto in un “abbondante sanguinamento”. Poi ricoveri, rianimazioni, nuovi interventi e via dicendo, fino alla fine beffarda.

Quando i familiari decidono di svegliare la giustizia

Ma come spesso accade quando le cose si mettono male, sono stati i familiari della vittima a smuovere le acque con una querela, sfidando l’appeasement del sistema medico che sembrava già voler archiviare la faccenda come un incidente di percorso. Il pubblico ministero, nella sua infinita saggezza, aveva suggerito di chiudere tutto perché – pare – i medici avevano agito “in modo adeguato”, trattando un paziente con “insufficienza aortica”e subendo complicanze “prevedibili ma non prevenibili”. Che, tradotto nella lingua comune, significa “ci abbiamo provato, ma succede” ed è meglio non toccare troppo la faccenda.

La medicina, si sa, non è una scienza esatta, e ogni tanto certi eventi spiacevoli sono semplicemente “complicanze inevitabili”. Peccato che questa spiegazione non sia piaciuta alla famiglia Simi De Burgis, che ha tirato fuori dal cilindro accuse di “imprudenze e negligenze” che risuonano come un’accusa di pigrizia professionale e mancata attenzione nelle fasi più delicate dell’intervento chirurgico. Un errore che sarebbe andato oltre il semplice incidente: una “lesione vascolare” che secondo loro non è stata una complicazione inevitabile, ma una diagnosi tardiva da manuale degli orrori della medicina.

La parte più gustosa di questa tragica storia è la mancata tempestività a riconoscere l’origine dell’emorragia, che come in una catena maledetta ha fatto precipitare il quadro clinico del giudice verso un epilogo inevitabile e drammatico. Insomma, il sanguinamento non è solo una complicanza ma il primo atto di una tragedia banale e mal gestita. Così, la decisione della giudice Sara Cipolla è stata quella di respingere la richiesta di archiviazione, cosa che getta gli indagati in un vortice di nuove indagini. Come se non bastasse, i difensori – Gino e Pietro Obert – sono lì a smentire qualsiasi responsabilità, gridando al complotto più o meno degno della miglior serie TV medico-legale.

Dietro le quinte di un caso giudiziario da manuale

Inutile dire che questa vicenda, come tante altre che coinvolgono la sanità italiana, solleva questioni ampie e profonde: la fragilità del sistema ospedaliero, la responsabilità dei medici in situazioni di alta complessità, e l’inevitabile gioco delle parti quando si tratta di mettersi la faccia davanti alla giustizia. Il fatto che a finire sotto indagine siano medici di grande esperienza e specializzandi allo stesso tempo, regala un quadro paradossale: la giostra della vita umana che si infrange tra formazione in corsa e interventi delicatissimi.

Questa storia ci ricorda, con un’ironia amara, che la perfezione in medicina è ancora un miraggio, che la burocrazia e le rivalità interne giocano un ruolo ambiguo e che spesso, dietro ogni diagnosi, si nasconde un dramma con molteplici interpreti che si contendono il ruolo di vittima e di colpevole. Insomma, la giostra continua, e noi restiamo a guardare, tra scetticismo e incredulità.

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