Puerto Rico e Ucraina: il caos internazionale continua senza pietà

Puerto Rico e Ucraina: il caos internazionale continua senza pietà

La scorsa settimana Bad Bunny ha fatto più rumore del previsto, incendiando non solo il Levi’s Stadium di Santa Clara, ma l’intero pianeta terra con la sua esibizione durante l’Halftime Show del Super Bowl. Ben 13 minuti e 42 secondi di pura poesia, un’ode potente a Puerto Rico e all’America Latina, che però ha lasciato fuori di testa un solo individuo: Donald Trump. Sì, proprio lui, che ha liquidato lo spettacolo come “il più brutto di sempre”, ammettendo candidamente di non aver capito nemmeno una parola. Un plauso a Benito Antonio Martínez Ocasio per aver saputo mandare un messaggio al Presidente senza nemmeno alzare la voce, mostrando che l’America non è solo sinonimo di “Stati Uniti”, ma un concetto ben più ampio e inclusivo. Un approccio politico che il nostro eroe non ha timore di mettere a nudo, tra le note delle sue canzoni e quelle parole pronunciate ai Grammy Awards, dove il suo album “Debí Tirar Más Fotos” si è aggiudicato l’ambito titolo di Album dell’Anno.

Bad Bunny ha detto:

“ICE out!”

Un’invettiva contro l’odio e la violenza, dimostrando che l’unica forza più potente dell’odio è l’amore. Lo stesso messaggio che ha chiuso l’Halftime Show, sfilando sotto un mare di bandiere di tutti gli Stati d’America. Peccato che la perfezione sia un’utopia, perché persino lui non si è salvato dall’essere sommerso da critiche stravaganti: qualcuno ha storto il naso vedendolo in Zara, icona del capitalismo fast fashion. Che bella coerenza, vero? Da un lato uno show contro le ingiustizie, dall’altro sponsorizzazioni che gridano “consuma!” a pieni polmoni.

È vero, ogni passo che facciamo è politica, ma sarebbe ingenuo pretendere la purezza assoluta. Si può mai vivere senza una macchia? E soprattutto, quanto è concesso perdonare le contraddizioni che zampillano come geyser dentro di noi?

Al contrario di certe contraddizioni minimali, c’è stato chi, nel frattempo, ha mostrato una coerenza implacabile, fosse anche a costo di subire severissime conseguenze. Parliamo di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Proprio il giorno della gara, la mattina stessa, è stato gentilmente invitato a tornarsene a casa perché… indossava un casco decorato con i volti di 24 atleti e atlete, amici spezzati dall’invasione russa.

Kirsty Coventry, Presidente del CIO, ha spiegato, con ogni probabilità usando una logica tutta sua, che quei volti “non erano un messaggio politico”. In compenso, qualsiasi messaggio è vietato durante la gara. Perciò gli è stata offerta una scintillante soluzione alternativa: mettere una fascia nera durante la gare e rimontare il casco subito dopo. Se non fosse che l’atleta ha detto di no, scegliendo di non tradire la propria dignità.

Vladyslav Heraskevych ha scritto in un post Instagram:

“Questo è il prezzo della nostra dignità.”

È soffocante vivere l’amara scena di un atleta che, dopo quattro anni di allenamenti quotidiani, viene brutalmente escluso perché ha avuto l’ardire di ricordare con onore i suoi compagni scomparsi. È una ferita profonda, fatta di sentimenti che vanno oltre ogni linguaggio conosciuto, qualcosa di così intraducibile che forse è meglio non provarlo mai sulla propria pelle.

Ma l’assenza di Heraskevych ha parlato. Forse non proprio come avrebbe voluto lui, ma quel silenzio assordante ha trovato qualche orecchio disposto ad ascoltarlo davvero. E come sempre, le contraddizioni – quella maledetta bestia a due teste – non mancano mai, tra il palco lucente dei riflettori e la dura realtà dietro le quinte del mondo sportivo e politico.

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