Immaginate un ragazzo che entra in una stanza, convinto di partecipare a un innocuo test della vista. Peccato che lui sia l’unico vero soggetto, mentre tutti gli altri seduti intorno sono complici, istruiti a tavolino per uno scopo ben preciso. Gli mostrano due cartoncini: uno con una linea “modello” e un altro con tre linee, una identica al modello e due palesemente fuori misura, troppo corte o troppo lunghe. Il compito, semplicissimo, è annunciare ad alta voce quale linea corrisponde a quella modello. All’inizio, tutto procede perfettamente: i complici rispondono correttamente, lui pure, felice e sicuro.
Poi, come per magia, cambia la musica. Le persone davanti a lui restano le stesse, i cartoncini altrettanto, ma i complici, con sorprendente coordinazione, iniziano a rispondere alla stessa maniera. Indovinate? Sbagliata. Lì il povero ragazzo si trova davanti a un dilemma da tragedia greca: la sua vista gli ordina una cosa. La stanza sembra gridarne un’altra, all’unisono e con una voce fragorosa. Che fare? Parlare a voce alta, pur sapendo di sbagliare, oppure rimanere solo? Ecco che l’esperimento, manco a dirlo, smette di essere un test visivo e si trasforma in un meraviglioso spettacolo sul costo velenoso dell’isolamento.
Solomon E. Asch ci illumina con la sua lapidaria analisi: “Metti un individuo tra l’evidenza dei suoi sensi e l’unanimità di un gruppo di pari, e vedi cosa succede”. E cosa accade? Non un miracolo di coraggio e verità, bensì la danza dell’adeguamento. Nelle cosiddette prove “critiche”, quelle dove la maggioranza sbaglia apposta, si osserva che circa un terzo delle risposte del soggetto sono conformi all’errore collettivo. No, la gente non perde la vista, diventa semplicemente prudente. Che tradotto in gergo quotidiano significa: fare la figura del cretino da soli costa molto più caro che sbagliare in compagnia.
E la chicca più surreale? Qui si parla solo di linee disegnate su un pezzo di carta. Non c’è nulla in gioco, nessuna vita o morte. Eppure, questa macchina burocratica del conformismo funziona ugualmente perché, in fin dei conti, di verità non gliene importa granché. Piazzare la propria persona nella tribù, invece, è fondamentale.
Ora, facciamo un piccolo esercizio di immaginazione: portate questo meccanismo fuori da quel laboratorio spoglio e mettetelo in una classe scolastica, in un salotto familiare, in una piazza affollata. Indovinate? L’ingranaggio resta lo stesso, cambia soltanto il grado di violenza con cui ricompense e punizioni vengono inflitte. Ma il colpo di genio della modernità è far credere che la maggioranza sia reale. No, non serve neanche più essere tanti, basta “fare massa”, urlare “tutti dicono così” e, voilà, il gioco è fatto: uno smette di guardare con i propri occhi e difende solo il posto nel branco.
Questo esperimento avrebbe dovuto essere insegnato, non come fantomatica “psicologia sociale”, ma come manuale pratico di sopravvivenza civica. Perché la libertà, lungi dall’essere un impulso nobile e spontaneo, è un’arte sporca, faticosa, un’odiosa tecnica. È quella breve, struggente attesa in cui stai lì, col fiatone, mentre dici “due” anche se tutti gridano “tre”. È comprendere che un gruppo serve a coordinarsi, non a decretare scientificamente ciò che è vero.
Inoltre, c’è una perla politica che Asch nasconde abilmente dietro la sua fredda statistica: basta un solo dissenziente “moderato” in mezzo alla folla, e l’effetto della maggioranza si sgretola, scendendo di un terzo, facendo scomparire gli eccessi di resa. Non servono eroi incorruttibili, si basta una voce stonata che rifiuta di cantare il coro. Una sola voce che non si piega.
La conformità, dunque, non nasce dall’ignoranza o dalla stupidità; germoglia dalla paura ancestrale dell’espulsione. E quando la paura comanda, ti fa sputare parole che non pensi, ti fa credere in un mondo che non vedi.
Alla fine, la domanda snob e spietata non è “quanto sei influenzabile?”, bensì la più cruenta e quotidiana: quanto ti costa dire la verità quando la verità ti condanna all’isolamento?



