Il presidente Donald Trump ha deciso di alzare la posta, tagliando di fatto il rubinetto del petrolio venezuelano a Cuba, definendo il governo cubano “una minaccia insolita e straordinaria”. E se ciò non bastasse, promette addirittura tariffe punitive a chiunque osasse fornirgli energia. Fantastico, vero? La modernità della diplomazia si esprime così: con punizioni economiche da scuola materna internazionale.
Ma il nostro tenace presidente cubano Miguel Díaz-Canel non ci sta a farsi mettere all’angolo. Lui, come un vero gladiatore dell’Avana, dichiara con enfasi che “arrendersi non è un’opzione”. E per farci sentire la sua fermezza, aggiunge che è disposto persino a trattare con Washington, ma senza “pressioni o precondizioni”. Insomma, un poliziotto che fa l’incontro con i banditi ma tiene il manganello ben saldo in mano.
Nel frattempo, il paese soffoca sotto una carenza di carburante così grave che ha deciso di annunciare niente meno che la fine della rifornitura per tutte le compagnie aeree internazionali. Bonus: razionamenti per servizi essenziali e carburante per settori chiave, chiusura di qualche struttura turistica, scuola più breve, e addirittura settimane lavorative ridotte da cinque a quattro giorni negli enti statali. Davvero la ricetta perfetta per un’ottima festa rivoluzionaria.
Par Kumaraswami, professore di Studi Latinoamericani presso l’Università di Nottingham nel Regno Unito, la mette giù amara: la situazione a Cuba è tanto seria quanto quella degli anni ’90, quando l’isola perse il sostegno del blocco sovietico. Una crisi familiare, insomma, ma oggi con effetti speciali come tariffe punitive e isolamento globale.
Robert Munks, esperto delle Americhe presso la compagnia di analisi dei rischi Verisk Maplecroft, regala un pezzo di realismo al racconto: se fino a ieri qualche aiuto esterno poteva dare respiro a Cuba, oggi nessun alleato sembra disposto a sporcare le mani per la piccola isola sotto assedio. Tra l’altro, gli Stati Uniti hanno giocato sporco anche restringendo l’accesso alle valute forti, e hanno convinto Nicaragua a chiudere le frontiere ai viaggi senza visto per i cubani. Ma dove andranno a finire?
La linea di difesa dell’isola consiste nel puntare su energie rinnovabili, naturalmente in quantità così piccole da sembrare una presa in giro. L’eventualità di disordini civili non è più solo fantascienza; con la produzione energetica lontana anni luce dal coprire fabbisogni di base, spegnere le luci potrebbe diventare il nuovo hobby nazionale. Secondo Munks, questo collasso accelerato di servizi fondamentali potrebbe costringere il regime a negoziare la pace, ma non prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: meglio aspettare il risultato delle urne per vedere chi comanda davvero.
Cuba e la crisi del petrolio: dal petrolio venezuelano alla desertificazione energetica
Come se non bastasse, le compagnie aeree internazionali, a cominciare dalla canadese Air Canada, hanno cancellato ogni volo verso Cuba a causa della mancanza di carburante. La primavera caraibica con i turisti canadesi sarà davvero un ricordo sbiadito, dal momento che il turismo rappresenta una delle poche risorse dell’esangue economia cubana. La tanto decantata “lotta contro l’imperialismo” oggi si ritrova imprigionata nella più classica delle guerre di approvvigionamenti, solo con qualche miscela ideologica in più.
Un aereo di Turkish Airlines decolla dall’aeroporto internazionale José Marti all’Avana, nel contesto normale di una destinazione turistica, ma il futuro sembra meno certo del solito. Senza la benevolenza degli alleati di un tempo, il governo cubano si ritrova isolato, con l’isteria da minaccia imperiale più vivida che mai. Insomma, se volevano fare un remake della Guerra Fredda, lo stanno facendo alla grande, ma diesmal con meno amici e più problemi.
Alla fine, la domanda che resta è: per quanto ancora Miguel Díaz-Canel potrà mantenere il potere in un clima che si fa sempre più simile a una versione caraibica di un drammmatico show televisivo di fine impero? La risposta, ironia della sorte, pare essere una transizione pilotata in stile maduritico, un passaggio di potere che non sorprenderebbe più nessuno, se non fosse così triste e prevedibile.
Quando le Nazioni Unite si affrettano a lanciare un drammatico avvertimento sul possibile “collasso” umanitario di Cuba, è chiaro che la situazione è ben lontana dall’essere rosea – e se le scorte di petrolio non arrivano, la crisi peggiorerà fino al collasso vero e proprio. A farci sapere quanto sia preoccupante la faccenda ci pensa il portavoce dell’Onu, Stéphane Dujarric, il quale, con un pizzico di understatement, annuncia: “Il Segretario Generale è estremamente preoccupato per la situazione umanitaria a Cuba, che peggiorerà…” – come se non fosse ovvio.
Ma qui non si tratta solo di una tragedia isolata. No, no, è una “grande prova” per il nuovo blocco dei BRICS, quei famosi paesi emergenti che cercando disperatamente di tirarsi fuori dall’ombra delle potenze occidentali. Secondo la professoressa Helen Yaffe, esperta di economia politica latinoamericana presso l’Università di Glasgow, la crisi cubana è forse il test più importante per il futuro di questi famigerati BRICS. Perché, diciamolo, se non riescono a difendere il loro membro più fragile, che senso ha allora tutta questa bella retorica di “solidarietà”?
Ecco il colmo: Cuba è diventata “partner country” del gruppo BRICS appena lo scorso gennaio, stringendo legami con potenze mondiali come Brasile, Russia e Cina. Quelli che, in teoria, dovrebbero essere gli alleati strategici per sostenere l’isola. Infatti, ciascuno di questi paesi ha fatto la sua sceneggiata solidale: il Messico ha inviato due navi cariche di aiuti umanitari – roba da 800 tonnellate – direttamente da Veracruz per la felicità dei cubani; la Cina, in perfetto stile filantropico, ha detto che “si oppone fermamente a qualsiasi azione disumana che privi il popolo cubano del diritto alla sussistenza e allo sviluppo” e continuerà a dare il suo supporto al caro amico caricom; e la Russia ha definito la situazione del carburante a Havana “veramente critica”, denunciando in maniera teatrale le continue pressioni degli Stati Uniti.
Helen Yaffe non si lascia certo intimidire e mette i puntini sulle i: “Il governo cubano non si piegherà.” Tradotto: gli Stati Uniti continueranno a spremere e strizzare come limone il paese caraibico, pensando che così si possa far cedere la resistenza cubana, ma indovinate un po’? I cubani continueranno a resistere, provocando – sì, brava lei – “molta sofferenza inutile”.
La professoressa ci dona infine una perla di ottimismo da storica navigata, pur evitando la fantasia sfrenata: “Posso garantirvi che siamo già passati di qua, agli inizi degli anni ’90, quando nessuno dava un centesimo per la ripresa di Cuba – e invece ce l’ha fatta.”
Bene, questo è lo spettacolo: un paese sotto assedio economico, un blocco di paesi emergenti che si spera faccia la voce grossa, e una popolazione lasciata a fare la staffetta tra solidarietà ipocrita, drammi annunciati e retoriche di resistenza senza fine. È la perfetta commedia tragica del nuovo ordine internazionale, dove le belle parole si scontrano con la cruda realtà del potere e della sopravvivenza.



