Alphabet mette in vendita obbligazioni secolari perché la corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale adesso si paga cara

Alphabet mette in vendita obbligazioni secolari perché la corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale adesso si paga cara

Che spettacolo meraviglioso: Alphabet, il colosso tecnologico che controlla Google, si lancia nel mondo degli investimenti con un botto da far impallidire chiunque. La sua emissione sovrannaturale di obbligazioni a 100 anni in sterline è il segnale più chiaro di quanto i mercati del credito stiano vivendo una vera e propria isteria da fine ciclo. Ovviamente, tutto per finanziare l’inesauribile fame di data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale, perché, si sa, il futuro non può aspettare.

Ma andiamo con ordine: questa vendita epocale, prima emissione in sterline di Alphabet, fa parte di un megaraccolta fondi da 20 miliardi di dollari, spalmati in più valute – dollari, euro, sterline e perfino franchi svizzeri, ovviamente a scopo di pura diversificazione. Una tombola interdisciplinare per ogni amante del debito ultra-lungo.

Le obbligazioni a 100 anni, conosciute come “bonds secolo”, sono così rare che la maggior parte dei mortali probabilmente non ci crede nemmeno. Generalmente le vediamo in mano a governi – quei soliti noiosi – mentre tra le corporazioni si contano sulle dita di una mano: Oxford University, Wellcome Trust, EDF Energy e il governo del Messico. Insomma, compagnia decisamente esclusiva per il nostro Alphabet.

Il botto è stato enorme: richieste quasi dieci volte superiori al miliardo di sterline offerto, con una cedola che si è piazzata a 120 punti base sopra i titoli di Stato decennali britannici. Tradotto? Tutti pazzi per queste carte da cento anni.

Bill Blain, CEO di Wind Shift Capital, ha riassunto il tutto magnificamente definendo l’operazione “oltre ogni schema storico”. E chi non lo farebbe? Dopo tutto, siamo in piena espansione AI e i colossi tecnologici stanno finanziando questa mania con una quantità di debito mai vista prima, con una spesa in capitale previsto da Alphabet pari a 185 miliardi di dollari solo quest’anno.

Bill Blain ha dichiarato:

“Li ammiro per aver colto l’occasione e piazzato un bond a 100 anni con una cedola moderatamente elevata. Hanno identificato perfettamente la domanda degli investitori, soprattutto quelli britannici, come compagnie assicurative e fondi pensione, che cercano di coprire passività ultralunghe.”

Ma prima di aprire lo champagne, Blain ci ricorda che i tassi di credito sono ai minimi storici, la domanda reale di data center a lungo termine è una roulette russa, e la rapidità con cui la tecnologia cambia potrebbe trasformare questi castelli di sabbia in polvere. Quindi, a suo dire, questo bond è un autentico monumento all’euforia da mercato!

Bill Blain ha poi aggiunto:

“Se stai cercando il segnale inequivocabile di un picco finanziario, eccolo qui: un bond a 100 anni. È difficile fare meglio in termini di esuberanza irrazionale, anche se l’operazione è stata eseguita brillantemente.”

Nel frattempo, i gladiatori della tecnologia come Oracle, Amazon e Microsoft inseguono la stessa follia, con un debito totale previsto in tre trilioni di dollari nei prossimi cinque anni. Ma la vera chicca è che il bond secolo amplia la base di finanziatori di Alphabet, pescando dal mercato britannico per non saturare quello americano, come spiega il responsabile del credito londinese di Federated Hermes, Nachu Chockalingam.

Nachu Chockalingam ha detto:

“È interessante vedere Alphabet scegliere di emettere bond in sterline proprio all’estremità più lunga del mercato, con l’obiettivo di finanziare la spesa per l’intelligenza artificiale, cercando così di attirare la domanda di assicurazioni e fondi pensione e diversificare le fonti di finanziamento.”

Tatjana Greil Castro, co-responsabile dei mercati pubblici presso Muzinich & Co., ha commentato con ebbrezza ottimistica come questa emissione sia una scommessa lontanissima sul futuro. Certo, non è che un qualsiasi governo osi spararsi un bond a cento anni, ma Alphabet sicuramente osa.

Tatjana Greil Castro ha dichiarato:

“Stai facendo un salto nel buio, sperando che l’azienda sia ancora qui a pagare gli interessi tra 100 anni. È un gesto raro, perfino rispetto a molti governi.”

Là dove la maggior parte di noi vedrebbe un tuffo in acque inesplorate, Simon Prior, gestore di fondi obbligazionari per Premier Miton, vede semplicemente un’opportunità per i fondi pensione di diversificare un portafoglio dominato finora da EDF e dal Messico. Ma attenzione: il fatto che si scelga la sterlina non significa certo un impegno speciale per l’economia britannica, anzi, secondo lui si tratta di una semplice copertura per evitare di sfondare il mercato in dollari.

Simon Prior ha sottolineato:

“Mi aspetto che Alphabet copra questo rischio tornando alla propria valuta di riferimento, visto che il Regno Unito rappresenta solo una piccola fetta di entrate e profitti.”

Malgrado ciò, Prior mette in guardia sul fatto che queste operazioni sono ancora un’esperienza quasi sperimentale. D’altronde, bloccare un rendimento del 6% in un contesto globale traballante non è una sciocchezza, soprattutto quando le azioni tecnologiche galleggiano ai massimi storici nonostante l’incostanza e la volatilità del settore.

Bill Blain confeziona una summa finale al calor bianco della critica:

“La gigantesca festa del debito legata all’AI ha tutti i classici ingredienti della bolla. Le aziende abili a cavalcare l’onda riescono a raccogliere cifre incredibili, ma spesso senza capire davvero cosa stanno comprando. A differenza dei governi, che possono sempre stampare soldi, le aziende tecnologiche sono soggette a imprevisti operativi, cambi di scenario e tecnologie che superano in fretta le vecchie scommesse.”

Insomma, da un lato abbiamo un colosso che si lancia in una prova di forza finanziaria epocale, dall’altro una vera e propria scommessa sulla longevità di Alphabet e sull’euforia incontrollata dei mercati dell’innovazione. Che lo spettacolo abbia inizio, perché la posta in gioco sembra altissima e il sipario è ancora tutto da scrivere.

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