Al referendum sulla Giustizia, secondo il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, la questione è più semplice di quanto sembri: al “no” voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia fondamentale per trasformare la disastrata Calabria. Immaginate un po’: al “sì” si schiererebbero invece gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e quei loschi centri di potere che, con una giustizia efficiente, perderebbero di sicuro il loro grappolo di privilegi. Insomma, un bel quadretto da telenovela giudiziaria, non trovate?
Naturalmente, la bellissima dichiarazione è arrivata durante un’intervista video al Corriere della Calabria, in una versione così fresca che, guarda caso, pare fosse costruita ad arte: Gratteri legge Falcone in tv, si erge a paladino dell’ordine, ma qualcuno ha subito gridato alla messinscena, smascherando l’intervista come costruita su un copione più finto del sorriso di un politicante in campagna elettorale.
Reazioni di chi non si sente minimamente chiamato in causa
Partono le repliche, e non poteva mancare il solito paladino della “normalità” e delle persone perbene: il vicepremier Antonio Tajani, che ci tiene a precisare, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, di essere proprio lui quella persona perbene, non massone, non indagato, né imputato, e, udite udite, estraneo a qualsiasi centro di potere. Per coerenza, annuncia che voterà convintamente “sì” al referendum sulla riforma della giustizia.
Antonio Tajani ha scritto, qua e là sul suo profilo X, che le parole di Gratteri rappresentano un attacco alla libertà e alla democrazia, e offendono milioni di italiani che si sentirebbero buttati nel mucchio come mafiosi in pectore o massoni deviati. Un attacco personale, in pratica, che ha tutta l’aria di una vendetta perché è stato chiamato implicitamente in causa.
E come ciliegina sulla torta, arriva anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con la sua aria serafica di chi avrebbe preferito un confronto civile. Restando basito— parola sua — per la dichiarazione infelice del procuratore, La Russa parla di affermazioni prive di verità ma, soprattutto, irrimediabilmente offensive verso quei milioni di cittadini che, per loro sfortuna, hanno idee diverse su come dovrebbe funzionare la giustizia.
Infine, la speranza è che Gratteri faccia marcia indietro, perché una dichiarazione simile tende solo a infiammare un dibattito politico che già sobbolle tra accuse e minacce di incostituzionalità, aggravando un clima che non era esattamente una festa di compleanno famigliare.
Un referendum che funziona come un romanzo poliziesco
In tutto questo, il referendum si trasforma in una telenovela giudiziaria dove la trama è scritta con penna carica di sospetti e accuse a senso unico. Da un lato, abbiamo i “buoni” che vogliono mantenere l’ordine e la legalità, dall’altro un’insidiosa armata di inquisiti e poteri occulti che, a quanto pare, prosperano nel caos. È quasi confortante vedere come la politica e la magistratura si esibiscano in questo balletto di dichiarazioni, lasciando nell’ombra l’elementare diritto a una dialettica trasparente e priva di insinuazioni maliziose.
Nell’epoca in cui la giustizia dovrebbe essere un meccanismo imparziale e non teatro di accuse preventive alla carica di procuratori e politici, questo referendum rischia di trasformarsi in uno spettacolo tragicomico: chi vota “sì” diventa automaticamente colpevole; chi sceglie “no” indosserebbe la toga immacolata dell’innocenza. Un gioco delle parti che ogni occasione sfrutta per descrivere il “nemico” come una massa indistinta di peccatori dileggiando la possibilità di un confronto serio e rispettoso.
Che dire, i cittadini italiani potranno godersi quest’ennesima stagione di soap giudiziaria dal sapore intriso di sarcasmo e contraddizioni, mentre la realtà di una giustizia efficiente sembra un sogno sempre più lontano.



