Una scena di rara serenità a Havana: un veicolo si rifornisce di carburante in una stazione di servizio, il 28 gennaio 2026. Sì, avete letto bene, carburante. Perché in questa magica isola caraibica, dove tutto sembra andare a rallentatore (tranne i rincari), il gasolio è diventato un miraggio.
Il Kremlin, sempre pronto a mostrare solidarietà agli alleati più sfortunati, ha dichiarato giovedì di essere impegnato a discutere attivamente aiuti per la Cuba ormai a corto di carburante, ignorando spudoratamente la minaccia di dazi del presidente Donald Trump. Per chi fosse distratto, Trump ha promesso tariffe punitive per tutti quei Paesi che osassero inviare petrolio all’isola comunista.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha intenerito la stampa mondiale così:
“Non vorremmo certo un’escalation, ma a dire il vero, poco commercio stiamo facendo ora.”
Senza giri di parole, Peskov ha liquidato la minaccia americana con un paternalistico “stiamo parlando”, come se fosse una riunione di condominio alla periferia di Mosca.
Nel frattempo, la Casa Bianca si scalda i muscoli: dallo scorso 3 gennaio, quando la tanto discussa operazione militare per deporre il presidente Venezuela Nicolás Maduro – il migliore amico di Cuba nel regime dei Castro – è entrata in scena, il regime statunitense ha fatto leva sul “rischio straordinario e insolito” rappresentato dal governo comunista.
Insomma, la pressione sale, i dazi si profilano all’orizzonte, ma il Kremlin cerca comunque di mantenere quel briciolo di “dialogo costruttivo” con gli Stati Uniti (sì, avete capito bene, un dialogo costruttivo tra due giganti mentre l’isola affonda nella crisi).
Come ha fatto notare ancora Peskov con quella classe che lo contraddistingue:
“È chiaro che al momento non è il caso di discutere pubblicamente di queste questioni, per motivi che dovrebbero essere ovvi.”
Ovvero: parliamone sottovoce, che tanto la crisi cubana è una realtà deprimente. Un embargo statunitense che dura da oltre 60 anni non è abbastanza per far funzionare il meccanismo economico, ma hey, ogni tanto ci provano con qualche provvedimento emergenziale per salvare almeno i servizi essenziali.
Il governo cubano ha infatti fatto sapere che stanno per entrare in vigore restrizioni da far impallidire perfino i peggiori piani quinquennali sovietici: vendite di carburante limitate, chiusura di alcuni stabilimenti turistici, giornate scolastiche accorciate e, attenzione, settimana lavorativa ridotta a quattro giorni per le imprese statali, da lunedì a giovedì. Del resto, tutti meritano un fine settimana lungo quando non c’è nemmeno il carburante per partire.
Non stupisce quindi il recentissimo annuncio che le compagnie aeree internazionali saranno esclusivamente di frontiera: non potranno rifornire i propri aerei nel Paese per la penuria di carburante. Vista la situazione, Air Canada ha deciso di fare un gesto di generosità: cancellare tutti i voli per Cuba. Una cortesia che dura fino a quando i 3.000 sfortunati turisti ancora sull’isola saranno riportati a casa, con qualche giorno di ritardo e una caparbia dose di sopportazione.
Insomma, un quadro che definire pittoresco sarebbe un eufemismo. Tra minacce di dazi, reticenze diplomatiche e un’economia su rotaie malmesse, la “perla dei Caraibi” si scopre sempre più un gioiello decorativo, utile solo per le cronache di chi ama il grottesco.



