A quanto pare, il tanto decantato spirito olimpico ha una soglia di tolleranza molto selettiva. Vladislav Heraskevych, atleta ucraino dello skeleton, si è trovato squalificato alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 per aver avuto la sola colpa di voler indossare un casco che rendeva omaggio alle vittime dell’invasione russa iniziata quasi quattro anni fa. Un semplice gesto di solidarietà che però evidentemente non è contemplato nel manuale del perfetto atleta ‘apolitico’.
Il portavoce del Comitato Olimpico Ucraino ha confermato la notizia all’agenzia Afp, rovesciando così la pietra di una vicenda che profuma fortemente di censura mascherata da regole sportive. L’atleta ha confermato di persona questa vergognosa decisione, rimanendo impassibile di fronte a una sorta di diktat che sembra dire “ok al gesto, ma solo nella maniera che noi approviamo”.
E cosa ha proposto il sempre magnanimo Comitato Olimpico Internazionale? Un’alternativa degna di un orwelliano libro delle regole: gareggiare con una banale fascia nera al braccio. Sì, perché manifestare in qualsiasi modo più esplicito è fuori discussione, anzi, una vera e propria infrazione.
Per chi avesse già una memoria corta, vale la pena ricordare che non è la prima volta che Heraskevych si trova nel mirino del CIO. Ai Giochi di Pechino 2022, infatti, venne già rimproverato per aver mostrato un cartello contro la guerra in Ucraina. Ma si sa, la politica e il dolore non sono benvenuti nello scenario patinato ed innocuo delle Olimpiadi. Meglio un silenzio complice, meglio una “neutralità” che, in realtà, è solo una forma di ipocrisia ufficiale.
La tanto sbandierata neutralità olimpica e la sua selettività da manuale
Si potrebbe pensare che le Olimpiadi, simbolo universale di pacificazione e dialogo tra i popoli, accompagnino sempre questi valori con gesti di empatia e coraggio civile. Invece, scopriamo quanto sia comodo il silenzio imposto, specialmente quando si tratta di scomode verità geopolitiche.
Da una parte abbiamo un mondo sportivo che si vanta di promuovere la fratellanza, dall’altra un’organizzazione che sanziona l’atto di commemorare le vittime di un’aggressione militare – una guerra reale, presente, dolorosa. Il tutto mentre si “consigliano” piccoli accessorî scuri da indossare, simboli vuoti che dicono tutto e niente.
Questa vicenda non solo mette a nudo la contraddizione dell’ideale olimpico, ma illustra anche come le istituzioni sportive non siano affatto immuni dal gioco sottile delle relazioni internazionali, che troppo spesso privilegiano la facciata di una “incontestabile neutralità” a scapito della verità e, soprattutto, della dignità umana.
Lo sport come palco per la politica: ipocrisia o strategia?
Il paradosso è palese: lo sport, che dovrebbe essere un terreno neutro di gioco, diventa invece un ring dove la politica si maschera da spettatrice soffocando ogni espressione di dissenso o commemorazione. Nel frattempo, i protagonisti di queste storie, atleti come Heraskevych, sono lasciati a difendersi da soli in un clima di regole arbitrarie e vistosa censura.
La proposta “gentile” del CIO – la fascia nera al braccio – è il simbolo di quanto si voglia dare l’apparenza di una tolleranza senza poi concedere il minimo passo che possa ricordare agli spettatori l’amarezza di un conflitto. Una soluzione che sembra tolta da un manuale di buone maniere, più che da un regolamento sportivo.
In fondo, parlare della guerra è pericoloso, soprattutto durante giochi pensati per intrattenere e, soprattutto, non infastidire. Meglio dunque scartare qualsiasi simbolo che potrebbe “rovinare la festa”.
Conclusioni amaramente olimpiche
Questa vicenda lascia un retrogusto amaro e una domanda: il grande spettacolo delle Olimpiadi serve davvero a celebrare lo sport e la pace, o è solo una messinscena ben orchestrata per nascondere le contraddizioni e mantenere intatte le alleanze politiche e i giochi di potere?
Per ora, Vladislav Heraskevych resta squalificato, ma la sua scelta, pur punita, ha già vinto in termini di visibilità e verità scomoda. E chissà che questa mossa non apra finalmente gli occhi a chi continua a credere che sport e politica siano mondi separati.



