Cinema italiano in crisi totale: né Oscar né Berlinale, la grande festa del talento ci ignora ancora

Cinema italiano in crisi totale: né Oscar né Berlinale, la grande festa del talento ci ignora ancora

La tanto attesa 76ª Berlinale inaugura con grande pompa e circostanza il suo sipario più elitario che mai: il film d’apertura è “No Good Men” del regista afgano Shahrbanoo Sadat. Tra le file degli incantati spettatori, a fare da corollario a questo evento, spiccano la direttrice artistica Tricia Tuttle, il riferimento spirituale della giuria Wim Wenders e, ciliegina sulla torta, l’amatissima attrice Michelle Yeoh, destinataria dell’Honorary Golden Bear. Le proiezioni partono da domani, ma indovinate? Nessun film italiano, nemmeno uno, riesce a fare capolino nel cartellone, neanche nelle sezioni minori. Davvero una serata da ricordare per il nostro cinema nazionale.

Per chi sperava in una comparsata tricolore, si dovrà accontentare di due sporadiche menzioni: prima, la presentazione di Heysel 85, che tenta disperatamente di ricostruire quella famigerata finale di Coppa Campioni del 1985 tra Liverpool e Juventus, teatro di una tragedia sportiva con 39 morti e centinaia di feriti per colpa di quell’ironica “furia” degli hooligan; seconda, il sorprendente talento di Tecla Insolia, eroina del film “Primavera”, parte dei Shooting Stars europei, ovvero gli emergenti da tenere d’occhio – perché si sa, ogni tanto spunta qualcuno. Terzo ed ultimo, un rito ormai consueto: l’ormai desolato ricevimento offerto dall’Ambasciata Italiana per celebrare con un brindisi il cinema italiano. Sì, brinderemo al niente, un copione destinato a replicarsi a Los Angeles durante la cerimonia degli Oscar, dove naturalmente gli italiani mancheranno come sempre all’appello.

Un’assenza che pizzica, anche per i meno nazionalisti tra noi. Paolo Del Brocco, a.d. di Rai Cinema, non perde occasione per giustificare l’assenza italiana con una dose di sana rassegnazione: “Ci sono stati anni in cui eravamo ovunque, ma capita che per qualche stagione non si presenti nulla di così interessante. Berlino, poi, è diventata un po’ più selettiva, molto dipende dalle produzioni in quel preciso momento”. Per quanto riguarda gli Oscar, dove il sogno italico è stato spezzato ben prima di iniziare, con “Familia” di Francesco Costabile che manco la shortlist ha visto, Del Brocco ci ricorda la dura legge del cinema: “Negli ultimi 15-20 anni siamo finiti nella cinquina poche volte. Serve un grande film e, ovviamente, i finanziamenti adeguati. Non sempre si può giocare in Champions League, ma quando accade i risultati si vedono”. Insomma, un quadro incoraggiante che lascia tutto esattamente come prima.

Paolo Orlando, presidente degli editori e distributori cinematografici di Anica e capo della distribuzione di Medusa, noto soprattutto per il suo entusiasmo verso fenomeni fuori dal comune come “Buen Camino”, rincara la dose dell’assenza italiana alla Berlinale, dipingendola come “normale turnazione” e non certo come una qualche forma di punizione o sventura cosmica. Dice Orlando: “La partecipazione ai festival varia da anno in anno in base alla disponibilità di film pronti nel momento giusto”. Piuttosto ragionevole, vero? Quanto agli Oscar 2026, il panorama è così agguerrito che “Familia” non ci ha mai nemmeno pensato di starci tra quei titoli. Si tratta perlopiù di titoli già pluri-premiati a Cannes e Venezia, quindi per chi non cala l’asso, pazienza.

Per consolarci, ci propinano il ritornello degli incassi in miglioramento: “Il nostro cinema – spiega Orlando – si sta riprendendo alla grande, con un’incredibile varietà di film italiani stabilmente nelle prime posizioni delle classifiche. Dopo il Covid, qualcosa si muove, finalmente!” Peccato che questa “rinascita” non si traduca minimamente in riconoscimenti internazionali, quelli sono ancora roba per pochi eletti (o raccomandati, a seconda dei punti di vista).

Se il cinema italiano è sparito, qualcuno se ne accorge?

Naturalmente, il silenzio generale pesa come un macigno: quando un Paese che si vanta di un glorioso passato cinematografico scompare dalle scene più autorevoli, sembra quasi un delitto sacrilego. Figurarsi quanto bruci vedere le nostre poltrone vuote a Berlino e i nostri titoli assenti agli Oscar. A meno che non si pensi che sia un complotto internazionale o mood autolesionista dell’industria nostrana, l’unica verità è più prosaica: semplicemente, non abbiamo portato nulla di competitivo. Più che una crisi di riconoscimento, è un’autodistruzione programmata, con gli stessi attori che fanno gli gnorri davanti all’evidenza.

Come se non bastasse, eventi come la Berlinale spesso aggiungono doverosi siparietti politici, come le battaglie di attori e registi che invocano “cessate il fuoco” a Gaza. Una nobile causa? Probabile, ma più probabile è che questa teatralità abbia più a che fare con la voglia di posarsi sotto i riflettori che con un reale impatto. Il cinema italiano, insomma, sembra oggi più impegnato a rimanere invisibile piuttosto che a raccontare storie degne di nota.

Insomma, con festival che procedono tra applausi rituali a pochi eletti e l’assenza totale di titoli che potrebbero dare fiato alla tradizione italiana, la situazione appare chiara: se siamo un cinema importante, qualcuno dovrebbe farcelo vedere, perché al momento sembra proprio un mistero degno di un giallo di serie B.

In trionfale rotta verso la Berlinale, fa capolino Carlo Chatrian, ex direttore del Museo del Cinema e regista non ufficiale di festival nel periodo 2019-2024: anni magici, scanditi dalla pandemia che ha trasformato la kermesse in una specie di funerale a luci spente. Chatrian ci illumina con perle di saggezza da insider: un tempo la Berlino era la fucina magica per lanciar film verso la gloria degli Oscar. Oggi? Le campagne partono in estate. Ma certo, viviamo in un mondo globale, quindi quel metodo è finito come le cassette VHS. Le uscite in sala, poi, sono meno impattanti, e così le grandi produzioni si sono ritirate dal campo di battaglia.

Ma non disperiamo: gareggiare per l’Orso d’oro resta possibile, anche se la sparizione dei film italiani dalla competizione italiana negli ultimi due anni è, ovviamente, colpa di quella diabolica “scelta editoriale”. Chatrian consiglia di chiederlo alla solerte direttrice Tricia Tuttle, che risponderà emblematicamente che tutto si basa sulla qualità e non sulla provenienza nazionale. Peccato che le “linee editoriali” abbiano il dono di essere quanto meno divergenti, ma ognuno ha il suo ruolo: uno fa il direttore, l’altra fa la direttrice, ed entrambi evitano di guardarsi negli occhi troppo a lungo.

Anche Giulio Base, direttore del Torino Film Festival e coraggioso viaggiatore verso Berlino, si cimenta nel classico esercizio dell’ottimismo di facciata: il bicchiere è “mezzo pieno”, grazie agli ultimi exploit italiani al botteghino. Tuttavia, giustamente, ammette che non si può continuare a fingere: è da anni che l’Italia non mette piede sul podio importante. La ricetta segreta? Promuovere di più il “sistema Italia”, visto che nei nostri Paesi preferiamo fare i Guelfi e i Ghibellini, una sorta di combattimento medievale senza fine. Fare sistema ci è antistorico, ma forse se ci sforzassimo, almeno quando individuassimo il campione da sostenere, potremmo aggiudicarci qualche medaglia.

Quando si parla di Oscar, poi, giochiamo davvero con le mani legate: gli investimenti devono essere concreti. E allora, sistema Paese significa unirsi davvero, come per le grandi occasioni olimpiche, dove tutti remano nella stessa direzione – o almeno fingono di farlo tra bandiere e cerimonie.

Nel frattempo, Giulio Base si può consolare godendosi il successo di aver proiettato al suo festival “Marty Supreme”, uno dei film più chiacchierati dell’élite hollywoodiana con il candidato quasi sicuro Timothée Chalamet. È il segno che il cinema italiano, in qualche universo parallelo, è ancora vivo e vegeto: bello e vitale tanto nel settore commerciale quanto in quello autoriale, dove giovani talenti continuano ad affiorare accanto ai soliti noti, magari stanchi ma sempre lì.

La strategia? Dopo Berlino, si punta a Cannes e poi tutta l’attenzione sarà su Venezia. Come ogni anno, la primavera porta con sé un’ondata di speranze fresche fresche: Paolo Orlando ci rassicura con la sua fiducia incrollabile, convinto che le prossime edizioni vedranno una produzione autoriale degna di nota, pronta per essere finalmente riconosciuta come merita. Insomma, basta aspettare la primavera o forse l’estate, giusto per non sprecare il rito sacro del dubbio e dell’attesa.

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