Naturalmente, a Kiev qualcuno ricorda con calma olimpica che “finché non ci sarà sicurezza, nessun annuncio di voto”. Quel senso del realismo che piace tanto, vero? L’eco arriva anche da più in alto, con Jutta Urpilainen, Alto rappresentante Ue, che commenta saggiamente: votare durante una guerra “non è una buona idea”. Ma chi se ne importa se le pressioni si fanno insistenti e le scadenze imperiali minacciano di dettare l’agenda politica.
Intanto, in patria, nella fiammeggiante assemblea del Parlamento italiano si consuma uno spettacolo da prima serata. Il decreto sulle armi da inviare all’Ucraina ha provocato un bel diverbio: metà dei deputati, tra cui tre fuoriusciti dai gruppi di Lega e Fratelli d’Italia, si comportano come veri equilibristi del crinale politico. Votano la fiducia – perché quello lo comanda il protocollo di sopravvivenza governativa – ma poi si rifiutano di approvare il testo vero e proprio del decreto. Ah, la coerenza politica, quel miraggio ormai irraggiungibile.
Il centrodestra sembra una bandiera sventolante nel vento, pieno di tensioni e divisioni, mentre si litiga a colpi di “decide la Lega”, parola di Antonio Tajani, quasi a voler esorcizzare l’anarchia interna. Dall’altra parte del ring, l’opposizione brilla per la sua impeccabile confusione: mentre Italia Viva, Azione, Partito Democratico e +Europa giocano la partita del no alla fiducia ma sì al decreto – scomodando un po’ di logica – ci sono M5S e Alternativa che si schierano tranquillamente contro entrambi, regalandoci l’ennesima lezione di coerenza tutta interna.
Alla fine, miracolo delle dinamiche parlamentari, il decreto Ucraina passa con 229 voti favorevoli e 40 contrari. Un’operazione quasi da circo, fra voci contraddittorie, alleanze fragili e buffonate che farebbero arrossire anche i più navigati esperti di politica.
Come se non bastasse, Zelensky si prepara a nuovi colloqui diplomatici, fissati per il 17 o 18 febbraio negli Stati Uniti. Perché se si deve parlare di pace, pare sia meglio farlo tra una crisi e l’altra, ma sempre con grande stile e tempismo degno di un film d’azione.
Una partita a scacchi tra assurdità e tempistiche improbabili
Tra prese di posizione, annunci imbellettati e sonori ipocrisie, il quadro che emerge è quello di un teatro politico internazionale e nazionale dove la guerra fa da coprotagonista e la democrazia, ahinoi, si prende una pausa prolungata. Far credere che si possa votare per la pace nel mezzo di un conflitto armato è qualcosa che rasenta il ridicolo, eppure eccoci qui, a commentare piani che sembrano scritti da sceneggiatori di serie tv in crisi creativa.
Le contraddizioni non mancano mai: chi preme per le elezioni dimentica il contesto, chi frena si vede solo come il guastafeste della situazione, mentre nel frattempo si continua a inviare armi con decreti governativi scritti a metà, approvati a fatica e accompagnati da liturgie parlamentari sconsolanti. Perfetto esempio di come non si debba fare politica, ma che sembra irresistibile per chi la fa di mestiere.
Il messaggio, insomma, è chiaro come l’acqua: la guerra va avanti, le votazioni si organizzano quando conviene, e la democrazia balla al ritmo delle esigenze strategiche e degli equilibri interni, che siano italiani o ucraini. Tutto ciò mentre si moltiplicano le conferenze, i summit e i proclami pubblici di pace che, inevitabilmente, sembrano andare a cozzare con la cruda realtà.



