Le discriminazioni, quel piccolo dettaglio sempre presente quando una persona viene trattata in modo diverso, non per quello che fa, ma per ciò che è. Che sia il colore della pelle, l’origine, la religione, il genere o qualsiasi altra caratteristica personale che, sorprendentemente, nulla c’entra con il merito o le capacità. E come al solito, il governo si affretta a recepire due direttive europee sul tema della parità. Perché sì, sembra proprio che servano leggi per ricordarci che trattare le persone in modo equo dovrebbe essere la norma.
Recentemente si è parlato di parità salariale tra uomini e donne, con uno schema di decreto sulla trasparenza retributiva — ovvero, far sapere finalmente quanto guadagnano gli uni rispetto alle altre. Ieri invece si è discusso del decreto che applica la direttiva europea sugli organismi per la parità e sulle tutele contro le discriminazioni. Sapete, quegli enti creati apposta per evitare che qualcuno venga discriminato, quasi come se fosse incredibile, nel 2024.
Intervenire per promuovere la parità sembra ovvio, ma la realtà è che in nessun Paese al mondo la questione è stata risolta. E in Italia, pare che il divario sia ben evidente e solido come una roccia. Gli indicatori di mercato del lavoro parlano chiaro: a dicembre 2025 lavorava il 54% delle donne contro il 70,9% degli uomini. Una differenza pazzesca che incide direttamente sull’autonomia economica femminile, ormai ridotta a un miraggio. E se pensate che nel confronto europeo andiamo meglio, beh, l’Italia detiene l’“onore” di avere l’occupazione femminile più bassa tra gli Stati membri, con un gap di oltre 12 punti percentuali rispetto alla media UE.
Ma la tragedia non finisce qui: non è solo questione di “quantità” — che se ne parli fosse già tanto. Conta anche la qualità del lavoro, quella che vede le donne spesso intrappolate in contratti a termine e part time involontari, con una differenza superiore di oltre 12 punti rispetto agli uomini. Insomma, mamma e lavoratrice non è un mestiere che si può fare benissimo senza pagare pegno. Le carriere femminili sono discontinue, interrotte dalla maternità e, ciliegina sulla torta, difficile accesso alle posizioni di vertice. Se ti chiedi perché servano direttive europee per dire tutto questo, ti stai facendo troppe domande.
In più, il vecchio refrain della disparità salariale a parità di mansione e competenze persiste come un incantesimo nero. E il risultato è che la forbice del reddito si allarga generando un effetto cumulativo devastante. Secondo le ultime stime dell’Istat, il gap mediamente supera i 6mila euro all’anno a vantaggio dei signori, con una retribuzione oraria media inferiore del 6% per le donne. Per non parlare del settore privato, dove la differenza è ancora più marcata, come se la logica del mercato fosse la parità e non la discriminazione.
Un bel mix di svantaggi che si riflette lungo tutta la vita lavorativa e poi, ciliegina amara, sulle pensioni. Per fortuna, la trasparenza retributiva arriva come un toccasana. Ah, che sollievo: mettere in piazza quanto una donna guadagna meno rispetto a un uomo. Peccato che questo semplice gesto di “trasparenza” sia un palliativo ridicolo, visto che non scalfisce minimamente le dinamiche sociali e lavorative che generano queste differenze.
Non è solo una questione di adeguamento normativo, la parità è una questione costituzionale, di equità, di buon senso. Il lavoro dovrebbe fornire autonomia, sicurezza e prospettive di futuro. Ma in Italia sembra che continui a fornire soprattutto disuguaglianza e ingiustizia mascherate da “questioni da risolvere”.
E qui arriva il pezzo forte: più donne al lavoro non è solo un vezzo etico, ma una manna economica. Maggiore occupazione femminile significa non solo più ore lavorate e produttività (che sia chiaro, questo ve lo dice chiunque, anche il meno interessato all’uguaglianza), ma indirettamente si traduce in maggiore domanda di servizi e consumi, che a loro volta generano altra occupazione. Oltre a difendere le famiglie dalla povertà, grazie a un reddito più solido. Sorprendente quindi che questa faccenda venga trattata come un accessorio.
La direttiva europea è un passo avanti, sì, ma sognare di abbattere questi colossali dislivelli con un solo decreto è pura utopia. Le disuguaglianze si combattono con interventi continui, coerenti e, perché no, con un po’ di sana determinazione, non con iniziative sporadiche da annunciare tra un caffè e l’altro in parlamento.



