Ma che fa esattamente Hemera? Fondata nel 2021 proprio per sfruttare questa meraviglia scientifica, mira a trasformare la magia in una terapia che si chiama REMaST, ovvero Regenerative Educated Macrophage Self Transplantation. Tradotto per i comuni mortali: si prendono quei macrofagi, si addestrano a dovere e si rimandano in campo per ricostruire tessuti nervosi, tipo quelli danneggiati dal midollo spinale. La genialata sta nel fatto che, analizzando come funzionano i macrofagi nei tumori, si è capito che in ambienti patologici differenti quelle stesse cellule possono passare dal fare casino a riparare.
Ovviamente, non si parla solo di miracoli per il midollo spinale. La speranza è quella di estendere il metodo anche a situazioni drammatiche come ictus ischemico, traumi cerebrali e persino fibrosi cardiaca. Insomma, un coltellino svizzero terapeutico capace di rimettere insieme pezzi di corpo parecchio malandati.
Il promettente futuro clinico
Ma bando alle ciance e ai perché filosofici, ora si entra nel vivo con un bel piano clinico da far impallidire i più seri studi di laboratorio. Il kick-off è programmato per il 2027 e prevede una sperimentazione in due fasi: la prima su sei poveretti… ehm, pazienti, per tastare la sicurezza e il dosaggio giusto; la seconda invece coinvolgerà una ventina di candidati per capire se la terapia funziona davvero o se è solo un’altra trovata da scienziati con il cervello in fumo.
Se tutto fila liscio, e ci sarà da crederci visto che ormai si fa sul serio, il progetto potrà sfrecciare sulle autostrade regolatorie europee tramite la strada preferenziale PRIME. Traduzione: arrivo lampo sul mercato, con conseguente sballo per chiunque abbia a che fare con danni al sistema nervoso.
Ilaria Decimo, docente di Farmacologia a Verona, non manca di sottolineare:
“Questa scoperta dimostra come la ricerca scientifica possa fornire strumenti inediti per affrontare problemi clinici complessi.”
Nel frattempo, Massimo Locati, co-fondatore di Hemera nonché docente di Patologia Generale e Immunologia alla Statale e direttore del laboratorio di Biologia dei leucociti all’Humanitas, ci lancia la bomba:
“Questa tecnologia proprietaria non è legata a una singola applicazione clinica, ma si propone come una piattaforma terapeutica scalabile e adattabile a diverse indicazioni.”
Tradotto: la terapia potrebbe allargare il proprio raggio d’azione ben oltre le lesioni spinali e forse, chissà, risolvere problemi che sembrano più roba da fantascienza che da medicina. Insomma, il futuro potrebbe essere meno drammatico per chiunque abbia un danno nervoso o tessutale serio, sempre che la scienza decida di fare sul serio e non resti vittima della propria autocelebrazione.



