Compass abbandona ogni decoro e comincia a sentirsi a casa solo con il dollaro

Compass abbandona ogni decoro e comincia a sentirsi a casa solo con il dollaro

Che piacere scoprire che nel mondo delle società britanniche c’è finalmente qualcosa che rompe la monotonia. Parliamo di Compass, un’azienda così innovativa da essere il più grande caterer contrattuale al mondo, capace di servire ben 5,5 miliardi di pasti all’anno tra scuole, ospedali, uffici e perfino eventi sportivi, in oltre 25 paesi. Per chi si aspetterebbe notizie di fuoco, invece, solitamente si tratta di aggiornamenti piuttosto noiosetti: crescita organica, margini in lieve miglioramento e nuove commesse da qualche parte nel mondo.

Ma ecco che, lo scorso aggiornamento, qualcosa ha fatto drizzare le antenne: Compass annuncia che dal 1° aprile (non è uno scherzo) cambierà la valuta in cui vengono scambiate le proprie azioni, passando dalla sterlina all’infallibile—e ovviamente sempre vincente—dollaro statunitense.

La motivazione ufficiale? Dal momento che già da ottobre 2023 il bilancio è redatto in dollari, questa scelta allineerebbe il prezzo delle azioni alla valuta di riferimento del reporting, “riducendo la volatilità dovuta al cambio e semplificando il quadro per gli investitori globali”. O, detto in altre parole, meno preoccupazioni – o meglio, meno noie – per chi compra e vende nel mondo, a scapito del romanticismo di restare fedeli alla sterlina, ovviamente sempre più in declino.

Come pezzi grossi di carta da venti sterline con l’inconfondibile ritratto del pittore britannico JMW Turner, i quali sembrano ormai destinati a diventare francobolli storici, questa mossa ha scatenato una valanga di lamenti accorati sul destino del mercato britannico. Tutti si chiedono se Compass stia per fare le valigie e scappare sulla scintillante Borsa di New York, proprio come tanti altri prima di lei.

L’azienda, con l’arroganza di chi sa di avere ancora un piccolo margine di trattativa, si affretta a ribadire che continuerà a pagare i dividendi in sterline, salvo diversa scelta degli azionisti. Peccato che queste rassicurazioni siano cadute nel vuoto, praticamente ignorate come un vecchio fax in un mondo iperconnesso.

In realtà, Compass sta sfruttando un aggiornamento delle “regole del gioco” di FTSE Russell, quel gruppo di esperti che decide quali società finiscono negli indici della Borsa di Londra, e che fa parte di LSEG, il gruppo che possiede la London Stock Exchange. Da quando, a marzo 2025, è stata approvata la possibilità per aziende con azioni quotate in dollari o euro di entrare nel FTSE UK Index Series, il mercato ha aperto la porta a vere e proprie rivoluzioni di identità.

Questa flessibilità londinese sembra quasi un colpo di scena, se comparata alla rigorosa intransigenza della New York Stock Exchange, che pretende che tutto quanto listato da lei venga quotato, scambiato e saldato unicamente in dollari. Il primo a sfruttare questa novità – ed è proprio il caso di dirlo – è stato a gennaio InterContinental Hotels Group, quell’istituzione britannica con i suoi 249 anni di storia alle spalle, orgogliosa di aver registrato il primo marchio del Regno Unito, il triangolo rosso Bass.

Il Tributo al Processo di AmericaniZzazione delle Compagnie Britanniche

Il cambio di valuta in cui le azioni vengono scambiate—da sterline a dollari—non è improvviso o dal nulla. È piuttosto la tappa successiva e quasi inevitabile di una trasformazione iniziata anni fa. Quando le aziende hanno cominciato a redigere i bilanci in valute diverse dalla sterlina, quelle più grandi hanno fatto a gara per abbracciare il dollaro.

I tre giganti per capitalizzazione del FTSE 100, HSBC, AstraZeneca e Shell, ad esempio, hanno ormai ufficialmente adottato la valuta americana per il loro reporting. Unilever, al quarto posto, invece preferisce l’euro come lingua dei suoi numeri. Questo trend spazia anche tra minerari come Rio Tinto, Glencore e Anglo American, senza contare l’energia di BP e la banca internazionale Standard Chartered.

E non si tratta di una trovata moderna: già nel 1989 Avis Europe, società di noleggio auto, aveva scelto di fare i conti in ECU, l’unità valutaria europea che poi si sarebbe trasformata in euro. Un gesto che, mentre sembrava lungimirante, venne accolto dal rigore delle autorità britanniche con… incomprensione autentica. Il loro chairman, Alun Cathcart, raccontava che all’epoca le autorità chiesero di “mostrare le monete” per accettare il bilancio, un dettaglio che ci regala un sorriso sulla modernità del sistema.

Conclusione? L’Orgoglio Britannico Si Vende Comodamente in Dollari

Insomma, mentre ci lamentiamo di quanto sia triste perdere la sterlina, la classifica mondiale ci insegna che le più grandi imprese inglesi si sentono più a loro agio nel parlare in dollari. Non è forse il modo migliore per andare incontro agli investitori globali? O forse è solo un modo elegante per ammettere che il cuore finanziario ticchetta ormai in valuta americana.

Alla fine, non si tratta solo di un cambio di valuta: è un segnale sinonimo di una lunga storia di dipendenza economica e una pragmatica resa all’unico re incontrastato dei mercati finanziari mondiali. E, ovviamente, di un modo per rendere più facile la vita a chi conta i soldi, a discapito di chi ama le vecchie glorie nazionali e la poesia della sterlina. Ma a chi importa la poesia se il dollaro fa guadagnare più interesse?

Ah, che gioia vedere come tante aziende britanniche abbiano finalmente abbracciato la modernità e si siano liberate dal giogo della sterlina. O forse no? Nel 1997, Avis Europe ha fatto un colpo di scena diventando la prima società quotata a Londra a presentare i propri conti in ecu (allora quella curiosa moneta europea) anziché in sterline. Che atto rivoluzionario, vero? Peccato che questa scelta fosse così singolare da sembrare più una trovata da hipster finanziario piuttosto che una tendenza concreta.

E non finisce qui. Assurdo a dirsi, Shell, gigante del petrolio e quindi abituato a fare affari in tutto il mondo, ha deciso solo nel 1998 di mostrare i propri risultati esclusivamente in dollari. Motivo? Per rendere più semplici i confronti con i suoi concorrenti d’oltreoceano, perché, si sa, il dollaro è il vero linguaggio universale del capitalismo globale. E BP non è stata da meno, arrivando al medesimo traguardo un anno dopo.

Pure BG Group, ex compagnia del gas nata dalla vecchia British Gas e poi inglobata da Shell nel 2015, ha deciso nel 2009 di mettere da parte la cara sterlina per abbracciare il dollaro. Insomma, una vera rivoluzione culturale per un Paese che, evidentemente, ha un debole per la propria moneta solo quando deve vestirla di orgoglio patriottico.

Maila la palma d’anticipo va a Rio Tinto, veterana della Borsa di Londra, che già nel lontano 1995 ha scelto la valuta americana dopo la fusione con la sua consociata australiana, ribaltando così la tradizionale devozione sterlina-centric.

Quindi, quando la scorsa settimana Compass ha annunciato di passare al dollaro per la redazione dei conti, ecco il pandemonio e le lacrime sui social dei patrioti monetari britannici. Surreale, se si considera che molte multinazionali dalla portata globale come GSK, British American Tobacco, Rolls-Royce, Diageo, RELX e Reckitt Benckiser continuano a ostentare la loro fedeltà alla buona vecchia sterlina, nonostante guadagnino la maggior parte dei loro soldi all’estero. Forse un affetto nostalgico per una moneta che ormai, sul piano internazionale, vale più come simbolo di resistenza che come mezzo di scambio funzionale.

L’ironia di un mercato ossessionato dalla valuta nazionale… fino a quando non conviene

Che lo vogliamo o no, il mondo degli affari odierno parla quasi esclusivamente dollaro. Eppure, molti Oscuri Difensori della Sterlina continuano a guardarci con aria scandalizzata ogni volta che si osa violare il tabù del reporting in sterline. Ma da che pulpito viene la predica, visto che le vere protagoniste sono proprio quelle società che colonizzano ogni angolo del pianeta? Semplicemente, un mix di provincialismo britannico e la nostalgia di una grandeur economica perduta.

È sorprendente, eppure non troppo, constatare come la moneta più odiata o amata di Gran Bretagna diventi un capro espiatorio su cui infierire ogni volta che serve un facile bersaglio per nascondere problemi ben più complessi. La sterlina, che pure ha dominato l’economia mondiale per secoli, oggi fa un po’ la parte della ex regina caduta in disgrazia ma che si ostina a mostrarsi elegante e dignitosa.

E, sinceramente, vedere le grandi imprese fare la guerra tra «fedeltà patriottica» e «pragmatismo economico internazionale» non può che far sorridere. Perché in fondo, tutti in silenzio scommettono sull’unica valuta vera: il dollaro americano, la moneta che fa girare davvero il mondo, anche a Londra.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!