Milano-Cortina accoglie il primo atleta transgender senza veli: Lundholm ci manda avanti, il circo dei Giochi invernali è servito

Milano-Cortina accoglie il primo atleta transgender senza veli: Lundholm ci manda avanti, il circo dei Giochi invernali è servito

Chi avrebbe mai detto che alle Olimpiadi invernali saremmo arrivati al punto di applaudire il primo atleta apertamente transgender a gareggiare? Ebbene sì, Elis Lundholm, svedese di ventitré anni con una predilezione per il freestyle sulle gobbe, ha fatto proprio questo. Non contento di rompere le convenzioni di genere, Lundholm si identifica come uomo, ma guarda un po’, ha deciso di fare le qualificazioni nella categoria femminile. Come avrà fatto? Semplice: grazie alla perfetta applicazione delle “attuali normative” del Comitato Olimpico Svedese, che, tra un vincolo e l’altro, hanno deciso di iscriverlo nella squadra femminile.

Naturalmente, la sua performance non ha vinto premi: ha chiuso in ultima posizione a causa di un errore, ma almeno può consolarsi con un secondo turno di qualificazione mercoledì, perché solo le prime dieci accedono direttamente alla finale. Insomma, una competizione costruita con criteri tanto chiari quanto cervellotici.

Per i meno informati, un uomo transgender è colui che si identifica come maschio ma che alla nascita gli è stato assegnato il sesso femminile. Nel caso di Lundholm, niente interventi chirurgici di “riaffermazione del genere” né modifiche legali all’identità: un ragazzo dal corpo e dal registro ufficiale femminile che salta su una tavola e sfida la gravità, ma nella categoria delle donne.

Il paradosso delle normative “tolleranti”

Che ironia. In nome della “tolleranza” e dell’”inclusione”, ecco che le regole diventano una giostra di contraddizioni. Se ti identifichi come uomo non puoi competere nella categoria maschile perché il Comitato Olimpico si rifà ai dati biologici alla nascita; se resti ancora legalmente femmina, allora ti tocca sfidare le atlete donne, con tutto il caos che ne consegue.

È come se a teatro ci fosse uno spettacolo dove tutti recitano a soggetto, in attesa che qualcuno spieghi le regole del gioco. E chi perde, come Lundholm, si consola con la vittoria morale di un “accesso legale al gruppo femminile”, un privilegio di cui potrebbe vantarsi solo se qualcuno glielo avesse spiegato bene fin dall’inizio.

Sport o social experiment?

Insomma, ci troviamo davanti a un progetto di convivenza tra sessi e identità che più che uno sport sembra un esperimento sociale in diretta mondiale. Dopotutto, il principio olimpico di “pari opportunità” ora si trasforma nel “gioco della confusione”: accogliere chiunque nella categoria che meglio lo fa sentire, indipendentemente dal vantaggio competitivo, dagli equilibri di gara o dal senso comune.

Chissà cosa penseranno le altre atlete che si allenano per anni, pur di competere con regole chiare, mentre qualcuno hydroplanava sulle gobbe mediando tra i diritti individuali e il risultato sportivo. Ma alla fine, in quale palestra si studia questa nuova medicina delle regolazioni gender? Sicuramente non da quelle tradizionali, dove si concentra faticosamente la fatica femminile.