Il fulcro dell’affaire riguarda le analisi fatte sul cellulare di Di Stefano, che era stato gentilmente confiscato dalla guardia di finanza già lo scorso novembre – mica ora – nell’ambito del caso sul risiko bancario. Il tutto mentre lui non era ancora ufficialmente indagato. Tra le «perle» scoperte, ci sono state alcune intercettazioni molto interessanti durante le indagini sulla scalata di Mps a Mediobanca. E per non farsi mancare nulla, tra gli indagati spiccano personaggi del calibro del costruttore ed editore Caltagirone, Francesco Milleri di Luxottica e l’Amministratore Delegato di Mps, Luigi Lovaglio. D’altronde, quando si parla di potere e soldi, è sempre meglio invitare a cena qualche protagonista chiave.
Stefano Di Stefano non è certo un nome a caso. Laureato in Economia alla prestigiosa Luiss di Roma, ha un curriculum studiato per andare dritto al cuore dei giochi di potere. Dopo aver fatto pratica in varie banche e con l’ex colosso statale Iri, dal 2000 al 2009 si è dedicato con entusiasmo a Invitalia, dove ha speso le sue giornate a valutare progetti di investimento, controllare la gestione delle partecipate e, udite udite, gestire il Fondo per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in crisi. Insomma, un vero esperto nel far quadrare i conti quando le cose vanno male… o quando si vuole far andare meglio qualche tasca privilegiata.
Quando essere dentro fa comodo
Che ci fa uno come Di Stefano seduto contemporaneamente nella stanza dei bottoni del ministero dell’Economia e nel consiglio di una banca come Mps? Una domanda retorica, ovviamente. Ma in casi così, la linea che separa il conflitto d’interessi dal patrimonio di insider trading è sottile quanto una pellicola di vetro. E l’indagine milanese sembra voler proprio mettere a nudo questo sottile gioco di prestigio, fatto di conoscenze privilegiate e mosse tempestive.
Il bello è che tutto accade in un contesto di apparentemente virtuosa «trasparenza» delle banche italiane, dove però i protagonisti sembrano più interessati a intrecciare relazioni personali, azioni e strategie di potere piuttosto che a garantire un sistema finanziario pulito e affidabile. Ma dai, chi ha bisogno di trasparenza quando si può avere il tempismo perfetto e il conto in banca gonfio?
Il ruolo ambiguo di Invitalia
Ma non finisce qui. La carriera di Di Stefano segna anche un passaggio cruciale a Invitalia, la cosiddetta agenzia nazionale per lo sviluppo, che fra le sue tante missioni ha anche quella di salvare e ristrutturare imprese che stanno affondando. Notevole, no? Da esperto di salvataggi aziendali ad accusato di insider trading in uno dei casi più fumosi della finanza nostrana. Una trasformazione epocale nell’arte del business e della finanza di stato, condito da un mix di tempismo, strategie politiche e una discreta dose di arroganza.
Chiaramente, un sistema che funziona così bene – o così male, a seconda dei punti di vista – non può che sollevare qualche dubbio di troppo su chi realmente regola il gioco e chi invece ne è il burattinaio nascosto dietro le quinte.



