Giovani? Schiavi moderni senza ferie, orari impossibili e nessuno disposto a muovere un dito

Giovani? Schiavi moderni senza ferie, orari impossibili e nessuno disposto a muovere un dito

Succede sempre più spesso: ti prendi una pausa dal lavoro, dai un’occhiata all’orologio e, con un tempismo da manuale, scopri che il pranzo o la cena sono dietro l’angolo. Allora apri l’app, come un mago della tecnologia, e in pochi tap ordini cibo o spesa. Pochi minuti dopo, da qualche angolo della città, spunta un giovane – spesso straniero – con la sua divisa fluorescente e la famosa “borsa termica” in spalla. Nel caso di Glovo, è quella giallo canarino che sbandiera al traffico urbano: il rider parte a razzo in sella alla sua bici per consegnare il pasto nel più breve tempo possibile. Chiunque può cliccare, e il cibo arriva veloce, praticamente prima che tu possa pensare a mangiare. Il tutto sulle spalle di chi pedala, con quel titolo così gentile di “rider”, che l’Enciclopedia Treccani definisce come “fattorino che consegna pasti a domicilio in bicicletta o con lo scooter”. Un lavoro da sogno, non c’è che dire.

Ma aspetta, che c’è di più. Come se non bastasse questo gioiellino di perfezione moderna, arriva la beffa: il pubblico ministero ha dovuto commissariare Glovo, rivelando che i salari per i 42.000 rider sono da fame e che bisogna per forza regolarizzare questa schiera di moderni eroi su due ruote. Chi l’avrebbe mai detto?

Il magico algoritmo e la libertà da incubo

Così funziona l’ennesimo capolavoro del lavoro “su domanda”: niente più azienda che decide o organizza. Ora c’è l’algoritmo, quella bellissima entità invisibile e onnipotente che assegna compiti con l’efficienza di un despota digitale. Orari? Inizio e fine? Troppo vecchio stile! Il lavoro è diventato una disponibilità continua, una catena infinita di micro-consegne da infilare una dopo l’altra. Il risultato? Ore di fatica ogni giorno, senza pause degne di questo nome, sette giorni su sette, con la pressione di racimolare un reddito che permetta solo di sbarcare il lunario. Un piacere.

E che dire della retorica sulla “libertà” del rider? “Non è un dipendente”, sentiamo dire, “sceglie quando collegarsi”. Ottimo! Però, caro lettore, questa scelta è un regalo da parte di un universo parallelo in cui rifiutare una corsa senza subire sanzioni o negoziare il proprio compenso è la norma, mentre da noi è fantascienza. Un lavoratore precario incrollabile, la cui indipendenza è una bellissima maschera per nascondere un “prendi o lascia” inequivocabile. E se ti chiedi “dipendente di chi?”, buona domanda: la piattaforma che finge di non essere datore di lavoro è più sfuggente di un fantasma, mentre il cliente o il ristoratore restano comodi a guardare, scambiando pochi secondi di consegna per un legame reale. Al massimo, una mancia nelle serate piovose, perché la gratitudine è una valuta rara da queste parti.

Il limbo giuridico e la tragedia sociale

Così il lavoratore si ritrova sospeso in un limbo nebuloso: indispensabile per il sistema, ma formalmente invisibile. E non è certo un caso che la maggioranza di questi moderni Sisyfi in bici sia composta da immigrati. L’economia, si sa, ama distribuire i rischi secondo un piano ben preciso, indirizzandoli verso chi meno alternativa ha. Spesso quel lavoratore straniero possiede un capitale umano non riconosciuto, magari è uno studente universitario, con reti sociali deboli o inesistenti e un’urgenza disperata di guadagno immediato. La piattaforma si presta a diventare il primo scalino di una scala sociale che, però, scricchiola paurosamente. E qui ci fermiamo; sarebbe troppo scottante scendere ancora più a fondo in questo pozzo di incoerenze.

Organizzarsi sindacalmente nel mondo dorato dei rider è praticamente un’impresa da eroi dei nostri tempi: rischi concreti di perdere l’unico “lavoro” che si ha e un margine ridicolo per pretendere qualcosa di meglio. Eppure, questo settore fiorisce come un fiore velenoso, nutrito dalla frenesia urbana che reclama tutto e subito, 24 ore su 24. Per non parlare del progressivo declino della cucina casalinga, ormai relegata a roba da snob o occasioni di gala. Chi ha voglia di pelare carote o controllare un arrosto quando c’è sempre un click che può risolvere?

Ecco il vero nodo: c’è un divario imbarazzante tra l’importanza economica di questi lavori e la dignità contrattuale che viene loro concessa. Un lavoratore essenziale eppure invisibile, reincarnazione contemporanea di un passato in cui la dicotomia servile era normalità. Disponibile a tutte le ore ma lasciato a raccattare briciole di sicurezza economica. I rider sono ovunque, pestano l’asfalto delle nostre città, ma non hanno nessuna presenza nel welfare del Novecento – quello sì “moderno” – fatto di limiti di orario, ferie, malattia, disoccupazione e pensioni. Problema? Non un difetto tecnologico, né un gap economico: è solo una questione di rapporto di forze e regole fatte male o, peggio, inesistenti.

Le regole, si sa, ammazzano la flessibilità, ma potrebbero almeno impedire che lo sfruttamento diventi la linfa vitale di un intero modello lavorativo. Senza un qualche tipo di equilibrio, chi crea le piattaforme si arricchisce, mentre i lavoratori si spaccano la schiena e si beccano solo le briciole della torta. Questa disparità non è un mistero arcano: è il classico esempio di come l’innovazione premi chi sta in cima e scarichi il peso sugli ultimi.

Il 5% delle famiglie italiane si accaparra il 91% della ricchezza: lo studio Oxfam racconta una favola amara

Non illudiamoci: l’Italia non è completamente al palo. Qualche regoletta è stata pure infilata nel marasma, ma farle rispettare è un’impresa titanica degna di Ercole. La recente inchiesta della Procura di Milano su Glovo – non esattamente un nome da artigiani – potrebbe almeno cominciare a mettere un po’ d’ordine e far emergere quei “standard” di comportamento che normalmente rimangono un ossimoro.

L’economia delle piattaforme non è un giochino da utopisti, bensì la fucina dove si sta plasmando il lavoro del futuro. E visto che la società si gode la pizza che arriva in tempi da record, non può allo stesso tempo fingere che tutto questo non costi fatica, ansie e rischi umani ai fattorini. Senza una rete di diritti minimali, flessibilità significa solo precarietà, incertezza cronica e povertà a breve e lungo termine.

Insomma, il vero progresso tecnologico non si misura dalla rapidità infallibile con cui la pizza arriva calda sulla tavola, ma da quanto serenamente può tornare a casa chi quel cibo lo ha consegnato, con un contratto che non sia un contentino e una sicurezza che non sia solo un’illusione.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!