Ecco la nuova strategia geniale per gli investitori: scommettere contro le azioni tech, perché ovviamente funziona sempre

Ecco la nuova strategia geniale per gli investitori: scommettere contro le azioni tech, perché ovviamente funziona sempre

Le azioni di software e servizi dati continuano a essere travolte da una tempesta di panico, scatenate dal lancio di uno strumento di automazione legale targato Anthropic. Sembra che il solo pensiero di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale – quella stessa AI che promette di rivoluzionare il mondo – basti a far tremare i mercati e a far deragliare titoli che fino a ieri venivano osannati come la nuova frontiera digitale. E ora, con la solita genialità che ogni investitore adora, c’è chi sostiene che vendere allo scoperto le azioni software sia l’ultima moda nel gioco (peraltro rischiosissimo) del “trade AI”.

Già, perché tutto il settore software, insieme a fornitori di dati finanziari e case editrici, questa settimana ha messo la retromarcia con vigore, terrorizzato dall’idea che la AI di prossima generazione possa trasformare i suoi clienti in esodi inarrestabili.

Sharon Bell, stratega senior per l’azionario europeo di Goldman Sachs, non ha perso tempo a spiegare con candore politico che:

“Qualsiasi azienda che raccoglie, aggrega e distribuisce software e dati come servizio è vista come sempre più vulnerabile alla disruption provocata da strumenti basati sull’intelligenza artificiale.”

Perché l’annuncio del nuovo plugin di Anthropic per il suo agente collaborativo Claude, destinato a svolgere compiti legali, di vendita, analisi dati e marketing, non è stato altro che il classico “catalizzatore” perfetto per far emergere queste ansie accumulate. Eh sì, perché quel piccolo strumento potrebbe seriamente mettere in difficoltà i colossi già consolidati nel settore software, quelli abituati a dormire tranquilli sui loro server pieni di dati e abbonamenti vantaggiosi.

Il risultato? L’indice S&P 500 dedicato a software e servizi tecnologici si è fatto qualche bagno d’acqua gelida, perdendo il 4% giovedì scorso e portando la perdita da inizio anno a quasi il 20%. Nel frattempo, il paniere Digital Economy di Goldman Sachs ha fatto un volo ancora peggiore, calando del 10%. Nomi auditati come Salesforce, Thomson Reuters e LegalZoom hanno sperimentato le cadute più verticali, probabilmente perché gli investitori si sono improvvisamente ricordati di dover vendere.

Il capo investimenti di RBC BlueBay Asset Management, Mark Dowding, ha riassunto così la situa:

“In questo contesto, andare short sul software sembra essere la nuova espressione del trade AI, con l’interesse allo short più alto da due anni a questa parte.”

Insomma, se l’idea è quella di cavalcare l’onda della disruption – peraltro così tanto attesa che sembra una barzelletta – meglio farlo scommettendo contro chi fino a ieri era l’eroe del digitale.

Dowding non si è limitato a questo giochino da borsa, ma ha aperto il sipario sulle implicazioni più profonde di questa fascinazione per lo short selling: si parla infatti di potenziali turbolenze che potrebbero colpire i mercati del capitale, dal debito privato fino ai prestiti bancari.

Non prendetelo alla leggera: molti fondi di debito privato avrebbero addirittura un’esposizione di circa il 30% proprio nel settore software. E le cosiddette business development companies – quegli strani veicoli d’investimento gestiti da manager alternativi, volti a fornire accesso al credito privato – sono ora scambiate a sconti del 20-30% rispetto al loro valore netto. Per non parlare degli istituti bancari tradizionali, che sono saldamente ancorati a prestiti verso il comparto software.

Insomma, il trend è interessante eccome: non tutto ciò che l’era dell’AI promette sarà rose e fiori, anzi. La minaccia di una discontinuità imminente sta lì a ricordarcelo con brutale chiarezza.

Dowding ha spiegato:

“Questa tendenza dimostra che non tutto ciò che nasce nell’epoca dell’AI è necessariamente luminoso o meraviglioso, e solleva lo spettro di potenziali rotture nel sistema.”

Il “ma” del venture capital

Poi però arriva il solito punto di vista “positivista” del venture capitalist, che ovviamente non vede il bicchiere mezzo vuoto ma al massimo mezzo pieno. Anish Acharya, partner generale di a16z, ha subito infilato la sua sferzata: vi siete dimenticati quanto ancora software ci sia da costruire?

Per lui, infatti, è troppo semplicistico pensare che l’AI possa prendere in carico interi lavori:

“Certo che automatizza compiti, ma non interi lavori. Guardate l’assistenza clienti… qualcuno deve pur portare il cliente a cena fuori, magari a mangiare una bistecca. Finora, l’AI non lo sta ancora facendo. Così quell’addetto si concentra invece su costruire relazioni con i clienti, lasciando il lavoro pedissequo all’intelligenza artificiale.”

Insomma, nonostante la paura di un crollo imminente, c’è sempre chi mantiene l’ottimismo industriale o quantomeno lo spettacolo di far finta che la rivoluzione non disturbi troppo. In attesa di vedere chi avrà ragione, il gioco della disruption continua fra allure, panic selling e filosofie da bar.

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