Si chiama Luce. No, non è il nuovo nome di una biblica tormenta solare, né la sigla di qualche improbabile tempesta greentech. È solo la prima elettrica di casa Ferrari, che ha pensato bene di riempire questo debutto di retorica mistica, chiamandola come quella… ehm, luce ultraterrena che dovrebbe trasformarti l’esistenza. Fantastico, un marchio che ha fatto della polvere di scarico il suo santo patrono ora ti promette epifanie a zero emissioni. La coerenza non è di casa qui.
Il lancio è avvenuto a San Francisco, la Mecca moderna del vetro e dell’alluminio a cinque stelle, con la collaborazione del collettivo LoveFrom guidato da Jony Ive e Marc Newson. Cinque anni di un lavoro che è più un convegno misto di architetti, artisti, ingegneri, musicisti e scrittori, il tutto per confezionare il nuovo gioiello del cavallino rampante. Risultato? Un abitacolo che più che un’auto sembra una cappella laica: minimalismo a tutto spiano, volumi unici e forme ridotte al minimo indispensabile per un’esperienza di guida quasi sacrale. Preparatevi a pregare l’elettronevole illuminazione.
Hardware e software sono stati sviluppati con una simbiosi così perfetta che uno si domanda se finalmente Dio e l’ingegnere abbiano trovato un modo per non lanciarsi più anatemi. Il tocco umano si ribadisce con comandi fisici, non schermi infiniti che ti fanno sentire in un aeroporto più che a bordo di una fuoriserie. Il volante è una fedele reinterpretazione del leggendario Nardi a tre razze degli anni Cinquanta, con tanto di alluminio riciclato al 100%, fresato dal pieno e trattato con un anodizzato a microstruttura esagonale che sembra la pelle di qualche raro insetto futurista. Ah, pesa pure quattrocento grammi meno del modello precedente: perché ovviamente, ogni grammo risparmiato è una benedizione divina.
I pulsanti, secondo lo scenario da film di fantascienza che ci viene venduto, hanno un feedback tattile e acustico frutto di venti intensi test con collaudatori devoti, perché anche in una monoposto elettrica deve sentirsi “il clic del destino”. Come se una macchina da decine di migliaia di euro avesse bisogno di questi simpatici rituali da gioco di società.
La chicca più instagrammabile? La chiave in vetro Corning Fusion5 con un display E-Ink che cambia colore dal giallo al nero quando la infili nel tunnel – un’aggiunta di tecnologia ipertecnologica che consuma energia solo quando decide di farlo, un po’ come certe verità che si palesano solo una volta… peccato però che le nostre bollette no.
Inserita la chiave, parte una coreografia degna di un rito esoterico: il Binnacle si accende, i display OLED si sovrappongono creando effetti visivi da docu-serie Netflix, e tutto il cuore del motore elettrico inizia a battere… senza far rumore, perché il silenzio è nuovo clamore. Si potrebbe quasi pregare sulla sua innestosità spirituale.
Il Binnacle segue il volante come un’ombra devota, con due display OLED sovrapposti che regalano una profondità visiva “mai vista prima”. Il Multigraph, un orologio con tre lancette meccaniche spinte da motori indipendenti, è capace di trasformarsi da cronometro a bussola, da orologio raffinato a Launch Control, con transizioni animate degne di un cronografo che lascerebbe a bocca aperta anche chi non ha mai visto un orologio. Al massimo, si potrebbe dubitare che tutta questa sofisticazione serva più a guadagnarsi un posto in qualche museo del lusso piuttosto che a migliorare davvero la guida.
Il selettore del cambio? Un blocco di vetro inciso al laser con migliaia di microfori sottili come un capello umano – perché ovviamente l’unica cosa che mancava era una scelta estetica così perplexa che quasi sembra più un’opera d’arte che un pezzo funzionale. Tutto è sobrio ed essenziale, lussuoso al punto da sembrare eterno. Materiali nobili quali alluminio anodizzato, vetro ad alta resistenza, e niente plastica “che invecchia male”. Chissà se questa durabilità è davvero per noi o per qualche futuro archeologo tech.
Ogni componente è progettato per durare, per rimanere bello anche quando non ci saremo più, perché, si sa, il vero lusso è proprio l’eterno, e lo spreco massimo è l’effimero. Filosofia che si sposa bene con un’auto che nasce forse più per definire uno status simbolico che per cambiare radicalmente il nostro modo di spostarci.
Cos’è davvero questa Luce?
Ci si chiede a questo punto: questa Luce è davvero la fine del peccato originale della combustione o solo l’ennesima trovata di marketing per continuare a dire “siamo sempre i soliti, solo più puliti”? Ferrari chiaramente non si inchina a quella dannazione chiamata elettrico, ma la esalta, la nobilita, la eleva a un grado di fede quasi religiosa. Perché rinnegare un cambio di paradigma quando puoi piuttosto santificare la transizione?
Per il Cavallino Rampante, l’elettrico non è una condanna, bensì un sacramento da celebrare con grande enfasi. L’epopea continua, tra parabole e contraddizioni, senza rinunciare a quella sferzata di lusso, arte e tecnologia che tanto ben si adatta a una nuova era che vuole convertirsi dal rombo al silenzio. A voi il verdetto: conversione sincera o ennesima maschera da patrocinare?



