La dottrina, quella magnifica serie di verità “incomprensibili anche a me, e a volte decisamente opinabili”, il ruolo istituzionale che ti avvolge come un mantello di burocratica pesantezza, il celibato – quella simpatica clausola che nessuno ti spiega bene – e il rapporto con i colleghi preti, tra amicizie forzate e sorrisi di circostanza. Questo, cari lettori, è il teatro in cui si è consumata la crisi di Alberto Ravagnani, il celebre “prete-influencer” che ha deciso di prendersi una pausa eterna dal sacerdozio. Con la semplicità di chi racconta un film horror, ma nel suo canale YouTube da oltre 160mila seguaci, spiega – con un breve video – come ha capito di dover cambiare strada.
Il viaggio inizia dai tempi del seminario, dove tutto sembrava limpido come l’acqua di fonte. A 17 anni, giovane e ingenuo, Alberto scelse di entrare in seminario. Motivi? L’amore adolescenziale scomparso, genitori terrorizzati e la paura folle di perdere gli amici. Ma soprattutto, la classica frase che salva qualsiasi dubbio: “Dio mi aveva cambiato la vita”. Ed ecco, inizia un percorso di sei anni senza neppure una sbavatura di dubbio – perché, ovviamente, crescere e pensare con la propria testa è un optional – e l’aspirazione a diventare come gli immacolati San Francesco d’Assisi e San Giovanni Bosco. Giorno della consacrazione nel Duomo? Emozioni a mille, il senso della vita finalmente ritrovato. Peccato che la storiella non finirà lì.
Il primo incarico fu la parrocchia di San Michele a Busto Arsizio, dove Alberto si guadagnò il titolo di “padre” per un sacco di ragazzi. E come tutti i novelli eroi, commise errori colossali e imparò a caro prezzo. Quelle esperienze, segnate anche da un’inopportuna pandemia e lockdown che sconvolsero il mondo, lo portarono a sperimentare nuovi modi per farsi ascoltare: ecco i video virali, l’ideazione della community “Fraternità”, una creatura che, come ogni figlio, porta con sé il fardello della responsabilità e la speranza di una Chiesa meno polverosa e più 2.0.
Ma poi si trasferì a Milano, terra promessa dei dubbi esistenziali. Qui si trasformò il giovane prete entusiasta in un uomo pieno di domande incalzanti: sul senso del sacerdozio, sul proprio ruolo e, soprattutto, sul punto in cui non si poteva più tornare indietro. Non un fulmine a ciel sereno, non una folgorazione mistica, ma quel lento strappo interiore che si manifesta piano piano, come un sipario che cade sull’illusione.
Celibato, aspettative e quell’ipocrisia che non ti aspetti
Secondo Alberto, essere prete significa, tra le altre cose – sorpresa! – rispettare il celibato. Peccato che la formula magica di volontà e convinzione non abbia mai funzionato come promesso. All’inizio, l’innocente autoconvinzione di poter farcela, poi il lento, inesorabile scacco matto alla sincerità: “Ho smesso di fingere”, confessa senza rimpianti. Ma il vero colpo alla vocazione arriva dalle aspettative esorbitanti su esseri ormai meno umani e più angeli calati da chissà quale paradiso remoto.
È così che il prete diventa una sorta di personaggio mitologico, intoccabile e perfetto, e Alberto non riesce più a sopportare il ruolo ipocrita di “addetto al sacro”, una maschera che profuma di tempio ma puzza di finzione. Il disagio è crescente, alimentato dalla distanza che impone quel famoso colletto, quella divisa che invece di unire separa come un muro di cinta.
Quando la messa diventa un rito per pochi eletti
Il momento clou della sua crisi riguarda però la celebrazione della messa, quel cerimoniale che ormai – come ci rivela – suona come una raccolta di parole sacre incomprensibili perfino al sacerdote che le pronuncia. Emblema di un distacco clamoroso tra fede e pratiche rituali, Alberto non si sente più a suo agio nelle funzioni, che sembrano rivolte a una platea di fantasmi più che a persone vere.
Da qui la decisione drastica: niente più prete, niente più maschere, niente più cerimonie vuote. Un passo indietro che è in realtà un salto di qualità verso la sincerità, quel coraggio di dire “basta” a un modello di Chiesa che non lo rappresenta più e ad un ruolo che lo soffoca. E così, l’uomo dietro il colletto si libera, tra ironia e amara consapevolezza.
Ah, la crisi vocazionale! Chi avrebbe mai detto che l’essere prete, con tutte quelle certezze dogmatiche scolpite nella pietra, potesse in realtà essere un’esperienza così… traballante? Ecco la confessione scottante di un sacerdote che ha deciso di fare un bel passo indietro dal suo ruolo sacerdotale, perché, udite udite, la realtà presenta delle domande scomode, a volte addirittura discutibili.
Il nostro protagonista ammette di essersi trovato in difficoltà nel sentirsi a proprio agio con la compagnia ecclesiastica “classica”. Quei preti tutti uguali, con discorsi che sembrano usciti da un copione inceppato, evidentemente non erano il suo habitat naturale. E non si è limitato a sentirsi fuori posto, ma ha persino cominciato a dubitare della dottrina della Chiesa, roba mai accaduta prima. Le sue certezze, una volta più granitiche del marmo di Carrara, hanno cominciato a sgretolarsi peggio di un castello di sabbia al primo vento.
È curioso come, stando a contatto con i ragazzi, ascoltando le loro domande – quelle sì, strane, inquiete, magari anche un po’ fastidiose –, abbia riscoperto riflessioni personali che lo hanno spinto a uno scossone interiore senza precedenti. Come dire: basta con la fede a scatola chiusa, vogliamo il modello personalizzato, libero dai vincoli dei soliti cliché.
Il nostro sacerdote, chiamatelo pure ex o futuro “libero pensatore spirituale”, racconta candidamente di aver scelto di abbandonare il colletto, di non celebrare più la messa, ma di voler continuare a “fare del bene” e a seguire la sua vocazione. Come se la vocazione fosse un vestito su misura che può cambiare modello a piacimento, mantenendo però le stesse buone intenzioni di fondo. Fantastico!
In questo suo percorso di “crisi e liberazione”, ci tiene a precisare che il suo cuore sarà sempre lo stesso, solo più libero e magari anche più vero. Sembra quasi una pubblicità di un profumo mistico, roba da far invidia a qualsiasi guru contemporaneo.
Il Sacerdote Ribelle e l’Incoerenza Religiosa
Diciamolo: il povero prete si è trovato imbottigliato in un sistema ecclesiastico che vuole fede cieca e uniformità rigida, e ovviamente questo non gli è andato proprio giù. Ma perché stupirsi? La Chiesa ha costruito la sua legittimazione proprio su quei dogmi immutabili, quindi quando qualcuno inizia a far girare la testa con dubbi e domande si rischia il cortocircuito.
Gli atteggiamenti “discutibili” di cui parla non sono altro che il risultato naturale di un confronto onesto con la realtà e con le persone vere, quelle con domande reali e problemi concreti. E invece di accogliere questo, che sarebbe un gran segnale di apertura, si preferisce il silenzio imbarazzato o la fuga dal ruolo. Mori i dogmi ma vivano le crisi esistenziali, ovviamente in solitaria.
Il passo indietro di questo prete mostra molto più del disagio personale: rivela come il sistema ecclesiastico fatichi terribilmente a confrontarsi con la complessità moderna. E quel “cuore più libero e vero”? Una specie di slogan da salotto spirituale, ma senza dubbio più trendy dei sermoni monocromatici ormai fuori moda.
Insomma, per chi ci sperava, niente rivoluzione dal fronte clericale. Solo un meritato invito a un sano e doveroso aggiornamento del manuale di istruzioni per priest 2.0. Perché con queste premesse, volerottenere la fedeltà acritica è proprio da incoscienti.



