Un elegante elenco manoscritto, lungo la bellezza di due pagine, che intreccia eventi, posti, nomi e, naturalmente, affari poco limpidi. Quando Francesco Bellusci, fresco fresco di nomina come collaboratore di giustizia, ha deciso di fare la sua prima apparizione davanti ai pm di Milano, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, non si è certo presentato con le mani bucate. Anzi, il giovane ha subito mostrato quel tesoro cartaceo che pare contenere il riassunto delle “cacche” nascoste del sistema che tutti fingono di non vedere.
Certo, la mano tremolante e l’inchiostro stanco di una lunga lista potrebbero sembrare il segno di un’innocenza fragilissima, ma provate a pensare il contrario: l’arte del delatore non è mica per tutti. Ci vogliono memoria, coraggio e, ovviamente, quel sorrisetto beffardo tipico di chi sa di avere tra le mani un asso nella manica e un sacco di sciocchi da mettere in imbarazzo.
In quella lista di Bellusci c’è la cartina geografica di un sistema dove gli interessi si intrecciano come rami in una foresta oscura, e dove i protagonisti, da presunti eroi della legalità a subdoli manovratori in piedi sopra i fili del potere, sembrano improvvisare una tragicommedia degna del miglior teatro dell’assurdo.
Una mano tesa o un colpo basso? L’arte della collaborazione tra accuse e retroscena
Ma attenzione: la collaborazione con la giustizia non è mai una passeggiata nei prati in fiore. Soprattutto quando i pm di Milano si ritrovano tra le mani una lista del genere, distillata con cura da Bellusci, che sembra più un promemoria per cecchini professionisti che un semplice elenco da biblioteca. Ogni nome, ogni fatto, ogni punto interrogativo è un frammento di puzzle che può far crollare interi castelli di carte o semplicemente generare un bel circo mediatico da far impallidire gli stessi protagonisti.
Insomma, si apre una partita a scacchi dove il giudice non è solo arbitro, ma anche spettatore divertito e giudice severo, capace di leggere tra le righe e intuire i sotterfugi di una nazione che ama il dramma più della verità. Che Bellusci sia l’eroe o il semplice burattino di una trama più grande, difficile a dirsi, ma di certo porta in scena lo spettacolo di un sistema non proprio a prova di bomba.
L’incubo delle liste manoscritte: quando il passato torna a bussare alla porta
Chi pensava che le vecchie note scritte a mano fossero roba da archiviare con polvere e ingialliti faldoni dovrebbe ricredersi. Nel mondo patinato della giustizia italiana, a volte, sono proprio quelle liste stropicciate a rivelare la verità più assoluta. Bellusci non ha avuto bisogno di fare un annuncio roboante o di strombazzare a destra e a manca i suoi segreti: ha tirato fuori carta e penna e ha fatto il suo bel lavoro, come un artista che dipinge un quadro dai colori sbiaditi, ma dal tratto indelebile.
Qualcuno potrebbe chiedersi se queste confessioni siano frutto di autentico pentimento o semplicemente un modo elegante per mettersi al sicuro, magari negoziando una riduzione di pena o qualche altro privilegio di quelli che fanno brillare gli occhi ai detenuti più scaltri. Intanto, nel frattempo, l’Italia continua a guardare e a sussurrare, perché si sa: la verità fa male, ma spesso è meglio far finta di niente.
Insomma, una lista non è solo una lista: è il copione segreto di uno spettacolo senza pubblico, dove tutti recitano la parte che conviene, mentre Bellusci ha scelto di essere il protagonista. Non resta che attendere il prossimo atto, con pop corn o smorfie sarcastiche alla mano.



