E mentre gli Stati Uniti tengono alta la bandiera della mediazione con la grazia di un elettricista improvvisato, i risultati sono quelli che ci si poteva aspettare: zero. I colloqui trilaterali ad Abu Dhabi si sono risolti con l’efficacia di una bolla di sapone, senza alcuna svolta concreta. Nel frattempo, la Russia continua a fare melina chiedendo il ritiro di Kiev dal Donbass, una richiesta irrinunciabile per Mosca ma totalmente irricevibile per l’Ucraina. Insomma, un classico: la tensione rimane alta e nessuno vuole cedere nemmeno un millimetro.
Come se non bastasse la soap opera diplomatica, Washington ci riprova e propone un nuovo round di negoziati la settimana prossima negli Stati Uniti, probabilmente a Miami. Zelensky, nel suo impeccabile ruolo di testimonial, ha prontamente confermato la partecipazione, magari sperando che il cambio di location cambi l’umore delle parti.
Ma la ciliegina sulla torta arriva quando il leader ucraino accenna a una possibile collaborazione economica tra USA e Russia, un progetto faraonico da circa 12 trilioni di dollari. L’affare includerebbe anche questioni relative all’Ucraina, quasi come se tutto questo teatro fosse solo un grande gioco di prestigio, con accordi nascosti dietro il sipario delle tensioni pubbliche.
La guerra della diplomazia che non muove un passo
Se il piano di Trump per una fine rapida del conflitto sembra una scommessa più che un’obiettiva strategia, non mancano dilemmi di fondo che rendono tutto molto più complicato. L’intervento statunitense non è nuovo e spesso ha brillato per interventi risolutivi che hanno creato solo più caos sotto il sole.
Chi volesse farsi un’idea dell’entusiasmo in queste manifestazioni di “buona volontà”, può considerare che le richieste basiche di Mosca vengono rigettate senza nemmeno discuterle, mentre Kiev appare come l’ostinato paladino incapace di trovare compromessi degni di questo nome. Insomma, una pantomima che frena ancora il necessario dialogo.
Il fatto che il prossimo giro di trattative si svolgerà a Miami, meta turistica per eccellenza, fa venire il sospetto che l’intera operazione abbia dimenticato il cuore pulsante del conflitto per dedicarsi a una vacanza forzata dai risultati. Chissà se tra un mojito e l’altro i protagonisti riusciranno davvero a concludere qualcosa.
Nel frattempo, l’incanto del possibile accordo economico da 12 trilioni di dollari resta quell’elemento da film d’azione hollywoodiano che riemerge in un contesto altrimenti caratterizzato da insulti diplomatici e annunci altisonanti privi di efficacia concreta.
Tra guerra, pace e affari: la vecchia commedia umana
Dietro la facciata del dialogo e delle trattative, si scorge una realtà un po’ meno romantica e molto più pragmatica: l’influenza geopolitica, l’interesse economico e la supremazia strategica che da sempre guidano i veri movimenti di potere, spesso ben lontano dalle dichiarazioni ufficiali.
La narrazione di Zelensky, con le sue dichiarazioni illuminate all’indomani del nulla di fatto di Abu Dhabi, sembra quasi un modo per mantenere viva la speranza popolare, ma soprattutto per tenere acceso il riflettore internazionale sulla sua figura e su un conflitto che, per quanto lunghissimo, non può certo spegnersi sotto il peso della sconfitta diplomatica.
Insomma, mentre i leader giocano a scacchi con pezzi troppo grossi per loro, chi davvero pagherà il conto finale rischia di essere solo la già martoriata popolazione ucraina, in attesa, forse disperata, di una soluzione che non sembra arrivare né a giugno né chissà quando.



