Jerry Calà la stella mancata: volevo la torcia, ma mi hanno fatto aspettare il coprifuoco

Jerry Calà la stella mancata: volevo la torcia, ma mi hanno fatto aspettare il coprifuoco

Basta pronunciare le parole MilanoCortina e gli occhi di Jerry Calà si illuminano come un albero di Natale a dicembre. «Queste Olimpiadi scatenano un vorticare di ricordi splendidi. Sia Milano che Cortina sono parte integrante della mia vita. Qualcuno ha perfino detto che avrei dovuto portare io la fiaccola… E naturalmente il ruolo di tedoforo non me l’hanno dato, quando l’hanno offerto praticamente a tutti. Evidentemente si sono dimenticati di me».

Immerso in un limbo nostalgico tra le località che l’hanno consacrato regista involontario della commedia italiana anni Ottanta – con quella fama di artista condannato dalla critica ma acclamato dal pubblico – il comico siciliano (sì, quel Calogero Calà nato a Catania nel 1951 e presto trapiantato nel capoluogo lombardo) fa il percorso inverso verso i luoghi kafkiani dei suoi capolavori cult come Vacanze di Natale e Yuppies. Con la consapevolezza che quei film hanno messo a nudo il lato più cafone e rampante dell’Italia dell’epoca dell’alta borghesia da bere.

Lo interrogano: «Seguirà le Olimpiadi invernali?»

«Sono impegnatissimo: tra spettacoli e tournée non mi fermo un attimo. Anzi, ho appena fatto uno show in uno chalet proprio a Cortina due settimane fa. Quindi raramente mi ritrovo a casa a guardare la tv, ma cercherò di seguire le specialità che mi incuriosiscono di più: slalom, gigante, libera e pattinaggio artistico».

La Cortina dei ricordi e degli eccessi

Si parte proprio da Cortina. Che cosa le evoca immediatamente questa località?

«La celebre battuta di Guido Nicheli e Stefania Sandrelli in Vacanze di Natale: “via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina in due ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto non conta nulla”. Era la dichiarazione di guerra del cafonissimo rampante sul tempo da Milano a Cortina col suo bolide, uno specchio spietato di quell’Italia un po’ cafona che non scendeva a sciare ma a farsi ammirare. Una commedia feroce, un affresco satirico sull’opulenza degli anni Ottanta».

Ma lei andava davvero a Cortina? Frequentava davvero quegli ambienti da “divi della neve” che ha descritto nei suoi film?

«Prima di fare l’attore no, figurarsi, non potevo permettermelo. Però, una volta popolarizzato, mi sono capitati periodi lunghi lì perché mi ero fatto degli amici cortinesi che ci hanno sopportati e supportati durante le riprese. I fratelli Vanzina, invece, erano abituali frequentatori e sapevano perfettamente come sciorinare la satira più tagliente».

«Ci avete “sopportati”? Che vorrà mai dire?»

«Be’, noi del cast eravamo un po’ scapestrati. La sera uscivamo a divertirci per le baite e spesso se ne stavano lì a chiedersi dove fossimo finiti. Ci divertivamo fino a notte fonda; facevamo amicizia con ragazzi e ragazze del posto. Una volta sono persino caduto addormentato sotto un tavolo in una baita e i malcapitati hanno chiuso le saracinesche pensando fossi sparito insieme a tutti gli altri. La mattina dopo è stato il produrre Aurelio De Laurentiis a venirmi a tirar via da sotto il tavolo per riportarmi sul set».

Non proprio vacanze da ricordare in totale serenità, insomma. Altri aneddoti da raccontare?

«Abbiamo girato anche Yuppies a Cortina, con quegli arricchiti che si atteggiavano a fenomeni ma, al momento di pagare il conto al Caminetto, scoppiavano più vuoti del portafoglio. Ho avuto quindi il piacere di tornare sul luogo del delitto per quella scena davvero memorabile».

Yuppies e la Milano delle apparenze

Yuppies ci catapulta direttamente nell’altra protagonista della sfida olimpica: Milano.

«Era la fotografia esasperata della Milano giovane, ambiziosa e volgare degli anni Ottanta. Settimane prima del film, i Vanzina mi mandarono a frequentare quei luoghi per “prendere un po’ di atmosfere”. Tornai da loro e dissi: non abbiate paura di esagerare, la realtà supera di gran lunga la fantasia».

«In che senso? Che cosa ha visto di così straordinario?»

Seccamente: «Basta leggere il film, penso di aver detto tutto. Gente che dopo una giornata massacrante di lavoro passava le notti a inseguire feste e occasioni per mostrarsi in giro. Atteggiamenti da maniaci dell’apparenza».

La Milano di oggi, pronta a ospitare per tutto l’inverno le discipline olimpiche, è davvero l’erede di quella città così sregolata e sfacciata?

«Qualche residuo di yuppismo persiste, certo, ma oggi Milano si è trasformata radicalmente ed è diventata l’unica città italiana che può vantare un’anima davvero internazionale. Personalmente, però, preferisco la Milano degli anni Settanta, quando con i Gatti di Vicolo Miracoli condividevamo un appartamento in zona Loreto e a casa nostra entravano cabarettisti e cantanti famosi».

Milano-Cortina? Un binomio tutto Calà

Che effetto le fa oggi l’accoppiata MilanoCortina come sede olimpica?

«Milano-Cortina sono io in versione sportiva e mondana! Sono tornato spesso a Cortina con mio figlio per insegnargli a sciare; ci sono stato anche di recente per uno spettacolo. Ai miei tempi, Cortina era un posto notturno, giovane e roteante, proprio come me, nottambulo incallito. Oggi è un po’ più tranquilla, meno presa d’assalto dai giovani turisti».

Eppure non l’hanno chiamata a portare la fiaccola olimpica.

«Saranno stati distratti. Praticamente hanno escluso pure Boldi per una cosa detta sbagliata, eppure fa il comico pure lui… A questo punto dire qualcosa è diventato un lusso proibito».

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