Fischi a Israele e applausi da stadio per l’Ucraina: quando la politica sporca invade persino i Giochi olimpici

Fischi a Israele e applausi da stadio per l’Ucraina: quando la politica sporca invade persino i Giochi olimpici

I fischi hanno avuto il prepotente privilegio di anticipare le bandiere, sovrastando qualsiasi tentativo di festa o di musica da dj. Non c’era davvero da stupirsi, visto il clima internazionale più teso di un thriller politico, con tensioni che non si vedevano da ottant’anni. Il pubblico di San Siro, in versione “sold out”, ha accolto la delegazione di Israele a suon di fischi interminabili e inequivocabili “buuu”. Immaginate la scena: l’attimo più solenne dello sport globale – la parata degli atleti sotto i cerchi olimpici, quei simboli internazionali di fratellanza e pace – rovinato da una sonora lezione di realtà rivolta ai potenti del mondo comodamente seduti in tribuna d’onore.

Perché, si sa, le migliaia di spettatori non sono esenti da opinioni e soprattutto non si piegano all’illusione della neutralità. I fischi hanno il chiaro scopo di ricordare che anche lo sport, vorremmo tanto ignorarlo, è una pedina nella scacchiera della geopolitica. Con non poca ironia, è il vicepresidente americano JD Vance – accompagnato dalla consorte Usha – a ricevere la dose più generosa di fischi mentre la sua immagine compare sui maxischermi durante la passerella della nutrita delegazione degli Stati Uniti.

Curiosa la dinamica: appena il volto di Vance scompare, gli atleti americani tornano all’apice dell’ovazione con applausi e grida che pare quasi una rimozione collettiva dello spettro politico al loro fianco. Come se lo sport potesse cancellare con un colpo di bacchetta tutto il marcio che circonda la politica internazionale.

Ed eccoci all’apice dell’emozione, tutta concentrata sugli atleti ucraini. Con la loro bandiera giallo-azzurra fieramente sventolata dal campione di skeleton Vladyslav Heraskevych, che si è preso la scena segnando un gesto solenne sul cuore e alzando l’indice al cielo. È questo il momento in cui lo stadio esplode in un boato liberatorio, carico di significati che vanno ben oltre lo sport, soprattutto considerando che mancano pochi giorni dal quarto anniversario dell’invasione russa.

Naturalmente, non potevano mancare altri momenti di protesta: qualche fischio si è levato anche per le delegazioni di Cina e Iran, quasi a smorzare ogni residuo tentativo di normalità in un evento che dovrebbe parlare solo di sport e amicizia tra i popoli.

La parata degli equilibri instabili

La parata degli atleti, quel momento in cui si suppone dovremo lasciarci alle spalle contrasti e geopolitica, si trasforma invece in un palcoscenico dove si svelano tutte le ipocrisie del mondo. Persino l’idea dei cerchi olimpici come simbolo di pace fa fatica a reggere, quando i fischi suonano come un promemoria che i veri conflitti stanno proprio dietro quei cancelli, tra applausi selettivi e boati sorvegliati.

Non è difficile leggere tra le righe: i potenti non possono più nascondersi dietro lo sport come se fosse una bolla immunitaria. Il pubblico di San Siro, con un gesto decisamente poco sportivo ma molto realistico, ci ricorda che quando si parla di alleanze internazionali, guerre e invasioni, nessuna arena è neutrale, nemmeno quella illuminata dai riflettori olimpici.

Così, mentre alcuni atleti sono accolti come eroi, altri fanno da comparse in una parata politica fatta più di sospetti e applausi a orologeria che di spirito olimpico.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!