Dietro l’apertura ai negoziati con l’Iran si celano due figure dai profili quanto mai divergenti, quasi da sitcom politica. Da una parte, abbiamo Masoud Pezeshkian, il presidente riformista che era stato dipinto come l’uomo della svolta: avrebbe dovuto allentare le rigide regole sul velo e rilanciare un’economia decisamente in letargo. Può darsi che abbia provato, ma i risultati – soprattutto sul fronte economico – sono rimasti fra “scarso” e “irriconoscibile”. Nel suo anno e mezzo al comando, si è trasformato in un pendolare instancabile tra le capitali regionali, sempre a caccia di nuovi sbocchi commerciali, con particolare attenzione alla Turchia. Ovviamente, tutto per inserirla nella famosa Via della Seta cinese e far sì che Pechino inizi a sganciare quei miliardi tanto agognati.
Dall’altra parte, nel ring dei protagonisti, c’è Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, praticamente il braccio destro del “Gran Capo”, la Guida suprema. Larijani avrebbe dato il bollino verde ai negoziati dopo aver fatto una capatina in Russia, che mantiene – per miracolo diplomatico – qualche canale aperto con Washington. E poi c’è Ali Shamkhani, il vero guastafeste del gruppo, capo dell’ala dei falchi. Linguaggio arabo perfetto, esperienza sul campo e, ciliegina sulla torta, sopravvissuto per un soffio a un raid israeliano che ha preso di mira il suo appartamento durante la brevissima guerra dei dodici giorni nel giugno 2025. Uomo d’azione e stratega militare, fu consigliere di Khamenei per un decennio e architetto silenzioso dell’espansione delle milizie sciite in diversi Paesi arabi.
Il problema? Proprio sull’espansione delle milizie le contraddizioni si fanno esasperanti. Mentre il fronte riformista guidato da Pezeshkian vede nella proposta araba-turca un compromesso dignitoso – che prevede la sospensione delle forniture di armi e tecnologie missilistiche agli “attori non statuali” amici di Teheran, come Hezbollah in Libano, Hash al-Shaabi in Iraq e gli Houthi nello Yemen – l’ala dura del regime, quella di Shamkhani e dei Pasdaran, non ci sente affatto. Per loro si tratta di sorpassare la linea rossa storica, quella che racchiude l’eredità – per quanto logorata – del leggendario generale Qassam Suleimani.
Naturalmente, la parola finale spetta sempre al grande burattinaio, Khamenei. Proprio Shamkhani è riuscito a convincerlo ad aprire la porta ai consiglieri militari cinesi, con l’obiettivo di mettere in piedi un sistema di difesa capace di sostenere eventuali attacchi israelo-americani.
Non che Pechino sia solita gettarsi a capofitto in queste cose, ma questa volta si è data un gran da fare: fornendo in tempi record i radar più sofisticati della serie Ylc-8E, progettati per identificare missili e bombardieri in arrivo, oltre a due fregate lanciamissili Tipo 52 e 55, entrambe equipaggiate con radar marittimi 346A/B all’avanguardia.
Tuttavia, il saggio Khamenei non si fa illusioni: sa perfettamente che tutto questo arsenale tecnologico non basta a garantirgli un sonno tranquillo. Così, tra un rosario e l’altro, si interroga su quanto a fondo sia disposto a spingersi nel negoziare.
Il regno delle contraddizioni: riformisti, falchi e gli interessi nascosti
Ma andiamo a spulciare un po’ più a fondo questo intricato groviglio di potere: da un lato abbiamo il volto “riformista” che cerca di mostrarsi aperto al cambiamento, o almeno al compromesso. Dall’altro, l’ala militare e strategica, che non ha alcuna intenzione di rinunciare a quello che considera il vero cuore pulsante del potere iraniano all’estero: le milizie proxy che hanno trasformato molte aree del Medio Oriente in un gigantesco scacchiere di conflitti per procura.
Quel piano “arabo-turco”, che da lontano potrebbe sembrare un’intelligente forma di compromesso, infatti, è un po’ come mettere un cerotto su una ferita aperta da decenni. Non si parla di smantellamento, ma di una tregua temporanea o di un semplice congelamento. Per i Pasdaran, che si considerano custodi della memoria di Suleimani e dei suoi metodi, questo è un tradimento inaccettabile.
Detto in parole povere: l’Iran sembra voler aprire una finestra diplomatica, ma senza rinunciare al suo armamentario militare, mentre la parte più rigida del regime si prepara a fare di necessità virtù e a rafforzare le difese contro un imminente scontro che pare quasi inevitabile. Non certo la trama di un romanzo d’azione, ma un dramma geopolitico con proiezioni globali.
Una danza tra potenze globali e giochi di potere
In questo spettacolo surrealista, la vera star è la geopolitica internazionale. Mentre Teheran tenta di mettere ordine nei suoi ranghi, Pechino allestisce radar e fregate in tempi record, quasi fosse una partita a scacchi da vincere a tutti i costi. Nel frattempo, Russia e Stati Uniti si guardano in cagnesco, mantenendo un fragile dialogo attraverso canali tutt’altro che limpidi.
E Khamenei, ovviamente, sta lì a contemplare il suo rosario, bilanciando tra apertura alle trattative e la paranoia di essere tradito o superato dai suoi stessi falchi. Perché negoziare con uno stato che fa praticamente il possibile per mantenere intatto il suo apparato di potere militare mentre pretende di sedersi al tavolo dei trattati, è come fare il bagno in una vasca piena di squali affamati. Con la differenza che gli squali, in questo caso, hanno armi sofisticate e tanta pazienza.



