Costruttori auto si uniscono come fossero eroi vincenti in mezzo a un reset da 26 miliardi di dollari: la fiaba che non ci aspettavamo

Costruttori auto si uniscono come fossero eroi vincenti in mezzo a un reset da 26 miliardi di dollari: la fiaba che non ci aspettavamo

Che gran sorpresa: Stellantis, sotto la guida del suo nuovo (e sempre un po’ improvvisato) CEO Antonio Filosa, decide di non dividersi e di non vendere pezzi dopo un risultato finanziario degno di un grande naufragio industriale. Ecco il colpo di scena verso cui tutti aspettavano da mesi, se non anni: Stellantis sarà una sola entità, ancora fiera del suo orgoglio “globale” e delle sue “ampie” divisioni regionali. Nonostante tutto, Filosa assicura: “Ha senso restare uniti. Vogliamo farlo per molti anni.” Peccato che queste parole siano state pronunciate a poche ore dall’annuncio di un mega onere da 22 miliardi di euro, roba da far tremare i polsi a qualsiasi investitore distratto.

La riorganizzazione che ha giustificato questo bagno di sangue economico prevede un drastico ripensamento delle strategie sull’elettrificazione, con tanto di revival dei motori V8 per i modelli americani. Eh sì, perché niente dice “guardiamo al futuro” come un massiccio ritorno al passato con cilindrate sputafuoco. Secondo Filosa, questa mossa è un “reset strategico importante” destinato a riportare la clientela al centro del gioco. Finalmente! Dopo anni passati a inseguire il vento, ora pare che i gusti degli acquirenti tornino a contare qualcosa. La missione? Ovviamente “crescere” – parola magica che suona sempre bene, soprattutto quando la quota di mercato scivola giù come una saponetta sull’acqua.

Come ciliegina sulla torta, le azioni di Stellantis hanno subito un deprezzamento superiore al 20% sia in Borsa a Milano che negli scambi pre-apertura a New York, mettendo in evidenza quanto il mercato sia entusiasta delle novità. Filosa, ovviamente, ha magiche risposte pronte a domande scomode sulla possibilità di ridimensionare o segmentare il portafoglio di ben 14 brand (dai leggendari Jeep e Ram alle italianissime Fiat e Alfa Romeo, che nelle Americhe hanno deciso di andare “in vacanza” senza ritorno). “Vogliamo gestirli per offrire prodotti e tecnologie che i clienti, ora finalmente al centro, desiderano e di cui hanno bisogno,” ha detto. Che originalità, non trovate? Forse dopo tutto non erano così “al centro” i clienti.

Le ulteriori dettagliate strategie verranno svelate durante l’incontro con gli investitori previsto per il 21 maggio, perché a tenere alta la suspense ci si diverte e mantiene alta l’attenzione – o almeno si prova. Nel frattempo, l’annuncio arriva poco dopo un incontro con i rivenditori americani, ai quali hanno assicurato che i piani sono di crescere su tutti i fronti negli USA. Quasi commovente nella sua semplicità, visto lo tsunami di risultati negativi recenti.

La pillola amara: 22 miliardi di motivi per sorridere

Mettiamola così: di quei 22 miliardi di euro, 14,7 miliardi riguardano il lussuoso riallineamento dei piani prodotti, adatto perfettamente ai gusti mutevoli dei consumatori e alle normative sulle emissioni negli USA, come se tutto ciò fosse una semplice passeggiata nel parco delle strategie aziendali. Poi abbiamo 2,1 miliardi per ridimensionare la catena di fornitura dei veicoli elettrici (la tanto decantata rivoluzione dell’auto elettrica, un po’ meno elettrica di quanto si pensasse), 4,1 miliardi di euro nelle spese di garanzia (perché i clienti devono pur lamentarsi), e ora un bel 1,3 miliardi per ristrutturare le operazioni europee. Ciliegina finale: il dividendo del 2026 viene cancellato, ma tranquilli, c’è un 5 miliardi di euro in obbligazioni ibride non convertibili a tenere compagnia agli azionisti.

Se questo vi sembra già un bel caos, sappiate che i giganti americani Ford e General Motors hanno fatto quasi la stessa cosa con i loro fondi messi in quarantena per i piani elettrici, solo che i numeri di Stellantis sono decisamente più pesanti. La guidance rivista al ribasso – per usare un eufemismo – dipinge un futuro dove Stellantis prevede una perdita netta per il 2025 e solo un modesto, quasi timido aumento dei ricavi e dei margini operativi rettificati per il 2026. Ovviamente, la Borsa non ha applaudito, né è rimasta ammutolita.

Un analista di RBC Capital Markets, con la calma olimpica di chi ha visto di peggio, riassume così la situazione: “Le spese, seppur attese, sono superiori a quelle di Ford e GM. Aspettatevi un crollo delle azioni. Stellantis è uno di quei casi in cui bisogna mettersi comodi e aspettare che dimostrino qualcosa di concreto. Negli USA ha perso una fettina importante di mercato a causa dei prezzi troppo alti e della percezione di investimenti prodotti insufficienti.”

Passato e presente: il circo degli errori

Filosa sembra infine voler rovesciare sul passato la colpa di tanti guai, segno che forse anche lui si sta accorgendo delle megalomanie e scelte folli di chi lo ha preceduto. Carlos Tavares, il CEO scacciato a dicembre 2024 dopo lotte intestine con il cda, aveva evocato addirittura la possibilità di separare il gruppo per regioni geografiche, un’idea tanto “brillante” quanto mai realizzata. È passato poco più di un lustro da quello storico matrimonio da 52 miliardi di dollari fra Fiat Chrysler e il francese Groupe PSA, ma i risultati sono tutt’altro che quelli da favola.

Dall’anno della fusione, le vendite globali di Stellantis sono scese del 12,3% passando da 6,5 milioni di unità nel 2021 a 5,7 milioni nel 2024. Negli States lo schianto è stato spettacolare: un calo del 27%, con 1,3 milioni di veicoli venduti e una caduta dal 4° al 6° posto nella classifica di vendita, accompagnata da un brusco calo dal 11,6% all’8% della quota di mercato. Che festa, vero?

Nel frattempo, la quota globale di mercato del gruppo si è ridotta dall’8,1% del 2020 a un modesto 6,1% nel 2023, secondo S&P Global Mobility. Una danza lenta verso l’invisibilità. Insomma, un’azienda che, dopo aver tanto sognato l’auto del futuro, ora si ritrova a rimettere in scena il glorioso passato, a raschiare soldi da ogni dove e a dover giustificare un pasticcio senza precedenti con parole rassicuranti e strategie fumose. Resta solo da domandarsi, quanto altro si potrà andare avanti così senza saltare per aria – o peggio, senza dividere davvero, come qualcuno auspicava?

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