Stellantis si prende una batosta da 26 miliardi per rifondare la sua impresa come se fosse un hobby troppo costoso

Stellantis si prende una batosta da 26 miliardi per rifondare la sua impresa come se fosse un hobby troppo costoso

Stellantis, il genio dell’industria automobilistica, ha deciso di regalarci un altro capolavoro: una svalutazione da quasi 22 miliardi di euro, giusto per rimanere sull’onda del progresso e accelerare la produzione di veicoli elettrici e ibridi. Sicuramente una perdita “piccola”, se consideriamo che si tratta di un cambio di marcia così urgente e vitale per il pianeta (e per le nostre tasche, ovviamente).

Come ciliegina sulla torta delle buone notizie, il produttore del glorioso Jeep ha anticipato qualche cifra per l’ultimo trimestre, svelando con orgoglio un netto rosso per il 2025. Per essere ancora più generosi con gli azionisti, ha deciso di congelare i dividendi per il 2026 e, per non farsi mancare nulla, si prepara a raccogliere fino a 5 miliardi di euro emettendo obbligazioni ibride, perché tanto, più debito non ha mai fatto male a nessuno.

Ecco la gustosa previsione per l’anno prossimo: un incremento delle entrate nette a due cifre, per la precisione “a metà della singola cifra” — un ottimismo da far invidia a un oroscopo del lunedì — e un aumento altrettanto modesto del margine operativo rettificato. Tradotto: niente fuochi d’artificio, ma almeno si spera qualche passo avanti.

Antonio Filosa, il CEO che probabilmente ama le lezioni di umiltà, ha sentito il bisogno di spiegare il disastro così:

“Le svalutazioni annunciate oggi riflettono principalmente il costo di una sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica che ci ha allontanato dai bisogni, mezzi e desideri reali di molti acquirenti.”

“Rappresentano anche l’impatto di una pregressa cattiva esecuzione operativa, i cui effetti stanno venendo progressivamente corretti dal nostro nuovo Team.”

Traduco per i meno inclini all’elogio della retorica aziendale: si sono cullati in bolle di ottimismo, prevedendo un pubblico di ecologisti con portafogli faraonici che, sorpresa sorpresa, non si è materializzato. Nel mentre, si nascondono dietro una presunta “esecuzione operativa pessima” da correggere a colpi di ristrutturazioni e tagli.

Ecco quindi svelato il grande piano: qualche miliardo di perdite, una promessa vaga di crescita, e la solita dose di responsabilità delegata a una nuova squadra, come se cambiare giocatori nella panchina potesse magicamente risolvere anni di decadenza strategica.

Se volessimo essere ottimisti, potremmo definirlo “un percorso di crescita doloroso ma necessario”. Ma, nella realtà più cruda, è solo l’ennesimo capitolo di una saga intitolata “Come non prevedere il mercato e le sue evoluzioni, sperando che l’innovazione paghi il conto”. La saga continua, e noi spettatori restiamo a guardare, popcorn alla mano, in attesa del prossimo clamoroso colpo di scena.

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