Nel castello nero del generale Vannacci dove il buon senso si è perso per sempre

Nel castello nero del generale Vannacci dove il buon senso si è perso per sempre

L’idea che la famiglia italiana debba fare i conti con bollette sempre più salate per finanziare una guerra è un tocco di realismo amaro che lascia intendere che le parole di guerra e di pace qui dentro non combacino molto con le azioni.

Il manifesto in sette punti chiamato «Rinascimento» suona come un invito alla rivoluzione culturale con un eroismo e una conoscenza di sé tali da far riflettere. Peccato che nessuno parli del buonsenso, della realtà, o del semplice fatto che eroi si nasce e non si impongono con discorsi fiume in un castello sperduto tra prati abbandonati.

L’idea che la famiglia italiana debba fare i conti con bollette sempre più salate per finanziare una guerra è un tocco di realismo amaro che lascia intendere che le parole di guerra e di pace qui dentro non combacino molto con le azioni.

Insomma, se cercate un esempio di come l’italianità riesca a trasformare la nostalgia di un passato che non tornerà mai in un’armata di autocandidati incazzati, con castelli polverosi e inviti a ambasciatori improbabili, siete nel posto giusto.

Ovviamente, i protagonisti di questa favola moderna non potevano che essere i “fantasmi”: «Probabilmente si tratta di membri di una famiglia del Roero». Il narratore è Fabrizio Matta, 63 anni, perito gemmologo del Tribunale di Torino. In un’intervista al Corriere della Sera ci regala i suoi valori fondamentali, che definire nostalgici è un eufemismo: lealtà, obbedienza, famiglia, patria e… Dio. D’altronde, avevamo bisogno di conferme.

Il castello in questione, un tempo un punto di riferimento per antiquari e collezionisti — ora ridotto a una rovina da gatti randagi — è destinato a risorgere grazie a questo encomiabile progetto. Dove una volta si ammirava una freccia con l’insegna «Antichità», si prepara il terreno per qualcosa di ben più “illuminato”.

Il proprietario, Luca Sforzini, non nasconde il suo orgoglio e la sua delusione: «Per troppo tempo i migliori della mia generazione si sono ritirati dalla politica per disincanto e disgusto. Così abbiamo lasciato spazio ai peggiori». Che missione nobile, non c’è dubbio. La sua priorità per l’Italia? «Riscoprire le nostre radici. Abbiamo completamente perso i valori dei nostri padri». Tradotto: basta buonismo e sentimentalismi inutili.

In termini pratici? «Dobbiamo proteggere il nostro popolo. La cittadinanza italiana non si regala». Non si sa bene a chi si riferisca esattamente, forse ai milioni di ragazzi che vivono e studiano in Italia, ma questi dettagli sono irrilevanti quando si tratta di alimentare paure e pregiudizi.

Quando gli si chiede dell’iceberg della politica migratoria americana, l’Ufficio Immigrazione e Controllo (Ice) voluto dal Trump di turno, la risposta è un elegante equilibrio fra accuse e giustificazioni: «Può darsi che si siano verificati eccessi, ma…». Immagino il “ma” risuoni come un’eco trionfante nelle stanze del castello.

La domanda più scontata: è fascista? La replica di Sforzini è da manuale: «È ridicolo parlarne. Sono argomenti chiusi». Ah, quindi parlare apertamente di fascismo è tabù, ma glissare, no? Perfetto.

Perché scegliere di stare accanto al generale Vannacci, la faccia nuova di un’idea vecchia come il mondo? «Perché viviamo in un momento drammatico per l’ordine pubblico, serve un partito come questo». Perché, se non ci fosse questo baluardo, ci ritroveremmo in balia delle peggiori bande? «Esattamente. Scenari come quelli di Askatasuna sono pronti a esplodere anche dall’altra parte. Non dobbiamo arrivare a tanto».

Ecco allora che quel castello dimenticato dal tempo, documentato fin dal 1154, si appresta a diventare il rifugio degli spettri più foschi e retrivi del Novecento. Uno spettacolo che, bontà loro, promette di riportare alla ribalta le stesse vecchie ideologie che l’Europa credeva adagiate nel passato.

Per non parlare degli “eroi” selezionati, veri fiori all’occhiello della nuova formazione: il signor “piccole spruzzate di disinfettante” e altri profili del castello delle meraviglie che, tra vecchie gesta e idee discutibili, promettono di rivoluzionare l’Italia con quel tocco di fin troppo noto.

Il “Rinascimento” drammaticamente fuori tempo

Il manifesto in sette punti chiamato «Rinascimento» suona come un invito alla rivoluzione culturale con un eroismo e una conoscenza di sé tali da far riflettere. Peccato che nessuno parli del buonsenso, della realtà, o del semplice fatto che eroi si nasce e non si impongono con discorsi fiume in un castello sperduto tra prati abbandonati.

L’idea che la famiglia italiana debba fare i conti con bollette sempre più salate per finanziare una guerra è un tocco di realismo amaro che lascia intendere che le parole di guerra e di pace qui dentro non combacino molto con le azioni.

Insomma, se cercate un esempio di come l’italianità riesca a trasformare la nostalgia di un passato che non tornerà mai in un’armata di autocandidati incazzati, con castelli polverosi e inviti a ambasciatori improbabili, siete nel posto giusto.

Ovviamente, i protagonisti di questa favola moderna non potevano che essere i “fantasmi”: «Probabilmente si tratta di membri di una famiglia del Roero». Il narratore è Fabrizio Matta, 63 anni, perito gemmologo del Tribunale di Torino. In un’intervista al Corriere della Sera ci regala i suoi valori fondamentali, che definire nostalgici è un eufemismo: lealtà, obbedienza, famiglia, patria e… Dio. D’altronde, avevamo bisogno di conferme.

Il castello in questione, un tempo un punto di riferimento per antiquari e collezionisti — ora ridotto a una rovina da gatti randagi — è destinato a risorgere grazie a questo encomiabile progetto. Dove una volta si ammirava una freccia con l’insegna «Antichità», si prepara il terreno per qualcosa di ben più “illuminato”.

Il proprietario, Luca Sforzini, non nasconde il suo orgoglio e la sua delusione: «Per troppo tempo i migliori della mia generazione si sono ritirati dalla politica per disincanto e disgusto. Così abbiamo lasciato spazio ai peggiori». Che missione nobile, non c’è dubbio. La sua priorità per l’Italia? «Riscoprire le nostre radici. Abbiamo completamente perso i valori dei nostri padri». Tradotto: basta buonismo e sentimentalismi inutili.

In termini pratici? «Dobbiamo proteggere il nostro popolo. La cittadinanza italiana non si regala». Non si sa bene a chi si riferisca esattamente, forse ai milioni di ragazzi che vivono e studiano in Italia, ma questi dettagli sono irrilevanti quando si tratta di alimentare paure e pregiudizi.

Quando gli si chiede dell’iceberg della politica migratoria americana, l’Ufficio Immigrazione e Controllo (Ice) voluto dal Trump di turno, la risposta è un elegante equilibrio fra accuse e giustificazioni: «Può darsi che si siano verificati eccessi, ma…». Immagino il “ma” risuoni come un’eco trionfante nelle stanze del castello.

La domanda più scontata: è fascista? La replica di Sforzini è da manuale: «È ridicolo parlarne. Sono argomenti chiusi». Ah, quindi parlare apertamente di fascismo è tabù, ma glissare, no? Perfetto.

Perché scegliere di stare accanto al generale Vannacci, la faccia nuova di un’idea vecchia come il mondo? «Perché viviamo in un momento drammatico per l’ordine pubblico, serve un partito come questo». Perché, se non ci fosse questo baluardo, ci ritroveremmo in balia delle peggiori bande? «Esattamente. Scenari come quelli di Askatasuna sono pronti a esplodere anche dall’altra parte. Non dobbiamo arrivare a tanto».

Ecco allora che quel castello dimenticato dal tempo, documentato fin dal 1154, si appresta a diventare il rifugio degli spettri più foschi e retrivi del Novecento. Uno spettacolo che, bontà loro, promette di riportare alla ribalta le stesse vecchie ideologie che l’Europa credeva adagiate nel passato.

I gatti del paese sembrano essere gli unici sinceramente delusi. «Quel castello era abbandonato, faceva paura. Era infestato dai topi. L’erba era talmente alta che a malapena si vedeva» racconta Mariela, una signora vicina. Ora, sorpresa delle sorprese, c’è un cantiere. A gonfie vele, sventola la bandiera sulla torre con l’immancabile citazione dannunziana: «Fiume o morte!». Benvenuti nel castello della nuova ultradestra italiana. Il feudo piemontese del generale Vannacci. Un tempo centro culturale (o almeno così si diceva), ora trasformato in un laboratorio di idee per un partito fresco di nascita, nemmeno troppo nascosto. Come per magia, spunta già un invito per una star: niente meno che l’ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Georgij Paramonov.

L’ospite d’eccezione, specifica il padrone di casa, non c’entra nulla con le attualità bollenti né con il partito del generale. «L’ho invitato a titolo personale perché qui, proprio davanti a questo castello, i soldati russi combatterono nel 1799. È un omaggio alla vittoria del generale Aleksandr Suvorov a Novi Ligure, e un ricordo delle amicizie storiche fra italiani e russi. La storia non va mai dimenticata». Sì, ma non c’è un minimo di distrazione su quella che è la guerra in Ucraina? «Continuare a finanziare quella guerra? È un accanimento terapeutico e indovinate un po’ chi lo paga? Le famiglie italiane con le loro bollette».

L’uomo in questione si chiama Luca Sforzini, proprietario del castello e perito esperto d’arte. Nato a Broni, provincia di Pavia, nel 1973. Si definisce “di destra, ma della destra storica italiana”, come se questo rendesse tutto più poetico. Tre anni fa si è innamorato del castello dimenticato e ha deciso di comprarlo. Da allora si professa fedelissimo seguace del generale Vannacci. «Ci sentiamo ogni giorno, anche oggi, abbiamo parlato degli ultimi sviluppi», spiega. E cosa bolle in pentola? «Autocandidature a go-go. Ho quattro telefoni che stanno scoppiettando, manca solo che qualcuno mi lasci biglietti da visita sotto lo zerbino. C’è un fermento pazzesco intorno a questo nuovo partito del generale».

E dopo la solita signora Mariela, un’altra vicina sbircia alla finestra: «Magari potessi incontrarlo dal vivo! Per ora ho visto solo Vannacci in televisione». Passa il treno Intercity Milano-Genova, mentre nei campi, con un’espressione che sfiora il sarcasmo amaro, Maurizio Franzosi, contadino, zappa la terra: «Io ho sempre votato al centro. Eppure mi chiedo se non sia arrivato il momento di qualcuno con il polso fermo. In questo paese succedono cose assurde, e i dittatori nascono proprio in questi momenti di caos».

A ben vedere, il castello fa paura, eccome. «L’obiettivo è ritrovarci qui per elaborare i concetti che diventeranno i messaggi politici», annuncia Luca Sforzini con tutta la serietà di chi sta preparando il futuro. Ha già scritto un manifesto in sette punti intitolato «Rinascimento», che si chiude con un invito solenne: «Una rivoluzione culturale fondata sull’eroismo, sulla conoscenza di sé e sull’azione».

Fra gli “eroi” già svelati spiccano due nomi eccellenti, i soldati del generale, giusto per non perdere la moda: Mario Borghezio, ex parlamentare europeo della Lega Nord, noto per il suo blitz nel 1999 quando spruzzò disinfettante su un treno con ragazze nigeriane costrette a prostituirsi. «Solo una spruzzatina», commentò, come se fosse una passeggiata al parco. O per le sue dichiarazioni sull’ex ministra Cecile Kyenge: «Gli africani sono africani, e hanno un’etnia diversa dalla nostra». Il tribunale di Milano ha definito quelle parole «propaganda basata sull’odio razziale», ma evidentemente la nuance non è di casa qui.

Un altro fedele servitore del castello ultradestra, “team Vannacci”, è il presidente di “Futuro Nazionale”, anch’egli residente in un castello tutto suo. Perché ovviamente il fascino delle torri è contagioso in questo ambiente dove la serietà politica si veste di polvere e muffa antica.

Il castello come laboratorio di idee… o almeno così si dice

Siamo di fronte a un gioiellino della contraddizione politica: un castello abbandonato e infestato da topi trasformato in un “centro culturale” per una nuova ultradestra dall’aria tanto polverosa quanto ambiziosa. Il generale Vannacci ha deciso di costruire un partito qui, in una zona dove i ricordi delle gloriose imprese ottocentesche si mescolano a un’inquietante nostalgia di autoritarismo.

L’idea romantica di collegare un ambasciatore russo a un evento storico di oltre 200 anni fa è un tentativo forse troppo ingenuo di celebrare «l’amicizia fra popoli» mentre fuori si continua a linkare progetti militari e realtà geopolitiche tutt’altro che innocue.

Per non parlare degli “eroi” selezionati, veri fiori all’occhiello della nuova formazione: il signor “piccole spruzzate di disinfettante” e altri profili del castello delle meraviglie che, tra vecchie gesta e idee discutibili, promettono di rivoluzionare l’Italia con quel tocco di fin troppo noto.

Il “Rinascimento” drammaticamente fuori tempo

Il manifesto in sette punti chiamato «Rinascimento» suona come un invito alla rivoluzione culturale con un eroismo e una conoscenza di sé tali da far riflettere. Peccato che nessuno parli del buonsenso, della realtà, o del semplice fatto che eroi si nasce e non si impongono con discorsi fiume in un castello sperduto tra prati abbandonati.

L’idea che la famiglia italiana debba fare i conti con bollette sempre più salate per finanziare una guerra è un tocco di realismo amaro che lascia intendere che le parole di guerra e di pace qui dentro non combacino molto con le azioni.

Insomma, se cercate un esempio di come l’italianità riesca a trasformare la nostalgia di un passato che non tornerà mai in un’armata di autocandidati incazzati, con castelli polverosi e inviti a ambasciatori improbabili, siete nel posto giusto.

Ovviamente, i protagonisti di questa favola moderna non potevano che essere i “fantasmi”: «Probabilmente si tratta di membri di una famiglia del Roero». Il narratore è Fabrizio Matta, 63 anni, perito gemmologo del Tribunale di Torino. In un’intervista al Corriere della Sera ci regala i suoi valori fondamentali, che definire nostalgici è un eufemismo: lealtà, obbedienza, famiglia, patria e… Dio. D’altronde, avevamo bisogno di conferme.

Il castello in questione, un tempo un punto di riferimento per antiquari e collezionisti — ora ridotto a una rovina da gatti randagi — è destinato a risorgere grazie a questo encomiabile progetto. Dove una volta si ammirava una freccia con l’insegna «Antichità», si prepara il terreno per qualcosa di ben più “illuminato”.

Il proprietario, Luca Sforzini, non nasconde il suo orgoglio e la sua delusione: «Per troppo tempo i migliori della mia generazione si sono ritirati dalla politica per disincanto e disgusto. Così abbiamo lasciato spazio ai peggiori». Che missione nobile, non c’è dubbio. La sua priorità per l’Italia? «Riscoprire le nostre radici. Abbiamo completamente perso i valori dei nostri padri». Tradotto: basta buonismo e sentimentalismi inutili.

In termini pratici? «Dobbiamo proteggere il nostro popolo. La cittadinanza italiana non si regala». Non si sa bene a chi si riferisca esattamente, forse ai milioni di ragazzi che vivono e studiano in Italia, ma questi dettagli sono irrilevanti quando si tratta di alimentare paure e pregiudizi.

Quando gli si chiede dell’iceberg della politica migratoria americana, l’Ufficio Immigrazione e Controllo (Ice) voluto dal Trump di turno, la risposta è un elegante equilibrio fra accuse e giustificazioni: «Può darsi che si siano verificati eccessi, ma…». Immagino il “ma” risuoni come un’eco trionfante nelle stanze del castello.

La domanda più scontata: è fascista? La replica di Sforzini è da manuale: «È ridicolo parlarne. Sono argomenti chiusi». Ah, quindi parlare apertamente di fascismo è tabù, ma glissare, no? Perfetto.

Perché scegliere di stare accanto al generale Vannacci, la faccia nuova di un’idea vecchia come il mondo? «Perché viviamo in un momento drammatico per l’ordine pubblico, serve un partito come questo». Perché, se non ci fosse questo baluardo, ci ritroveremmo in balia delle peggiori bande? «Esattamente. Scenari come quelli di Askatasuna sono pronti a esplodere anche dall’altra parte. Non dobbiamo arrivare a tanto».

Ecco allora che quel castello dimenticato dal tempo, documentato fin dal 1154, si appresta a diventare il rifugio degli spettri più foschi e retrivi del Novecento. Uno spettacolo che, bontà loro, promette di riportare alla ribalta le stesse vecchie ideologie che l’Europa credeva adagiate nel passato.

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