La prateria della politica spaccata da un fiammifero chiamato Vannacci: chi avrebbe mai detto che bastava così poco?

La prateria della politica spaccata da un fiammifero chiamato Vannacci: chi avrebbe mai detto che bastava così poco?

Caro direttore, la politica somiglia sempre più a una vasta prateria, e il generale Vannacci è quel fiammifero minuscolo che tutti osservano con il fiato sospeso: scoppierà l’incendio o si spegnerà prima? La suspense è palpabile, ma il vero mistero non sta certo nel fiammifero implume, bensì nella prateria stessa – ovvero tra i sentieri infiniti di un elettorato sempre più nervoso davanti a questa minuscola scintilla. Peccato che i custodi della prateria abbiano ormai perso il lume della ragione, dimenticando che proprio loro detengono ancora un briciolo di forza e di buon senso. Personalmente, scommetto che il venticello di Vannacci si placherà prima di provocare alcun danno vero, a meno che la politica, quel lontano ricordo, non si decida a tornare protagonista. E sì, la politica è quel luogo mitologico dove un paese adulta si interroga su se stesso e sul suo cammino futuro — un compito che, guarda caso, non spetta a improbabili paladini ma al popolo, e a chi sa rappresentarlo senza fanfare da operetta.

Perché, diciamocelo, il peso e il valore di un generale del divismo come Vannacci sono assai più ridotti di quanto si creda. Come ci insegna il grande sapore della storia recente, sono sempre gli stati maggiori — quei partiti tanto demoliti quanto indispensabili — a decidere le grandi battaglie e a giocare il destino delle democrazie. E proprio per questo dovrebbero essere ripensati, smontati e, perché no, un po’ meno personalizzati. Si sa, quando la politica si lascia inghiottire dalla deriva del divismo, dalla muscolarità giocosa o dall’insipido duello rusticano, il fantomatico generale si trasforma nel paladino senza causa, nella bandiera senza valore e nel premio di consolazione più patetico. In fondo, ha poco senso cercare di assegnargli un ruolo che non gli appartiene e che non merita minimamente.

Vannacci lascia la Lega ma no, non molla il seggio in Europa: “Non mi dimetto da eurodeputato, i voti sono miei”. Eh già, perché alla faccia del partito, il mandato è solo suo. Questa smaccata sceneggiata non è che l’ennesima prova che qui il senso delle regole si è perso da un pezzo.

Alla fin fine, Vannacci si propone come quella scorciatoia che tanto andava cercando la politica del riflesso condizionato da manuale: un sentiero che Salvini percorse con la spavalderia di chi crede di avere la strada spianata per l’Eldorado elettorale. E guarda caso, la stessa scorciatoia viene ora messa in ombra dal centrosinistra, che la brandisce come il cavallo di Troia per far perdere l’avversario di destra, puntando a sottrarre quei preziosi voti con la precisa speranza di ribaltare finalmente il risultato numerico. Rami di incenso offerti al solito minuscolo fiammifero, da ogni fronte, in un siparietto tragicomico degno del miglior teatro dell’assurdo.

Ma guardiamo in faccia la realtà: il generale non è né l’eroe salvifico di cui qualcuno si riempie la bocca, né la fragile quinta colonna involontaria di vendicatori nascosti. È semplicemente quello che è: un’icona grottesca di un sistema distratto e allergico a ogni idea di politica vera.

La politica, il generale e il carnevale delle ipocrisie

Se dovessimo definirlo, Vannacci è più un fascista da operetta che un combattente ideologico. Pronuncia sciocchezze estreme con la teatralità di un venditore di fumo, per poi agire come il più classico mercante di indulgenze della politica contemporanea: una figura quasi pittoresca, ma tristemente efficace nel mischiarsi al casino generale. Un vero “miles gloriosus” degno del più comico dei copioni plautini, che però non scherza affatto sul fatto di essere lo specchio perfetto della pochezza altrui.

In sostanza, porta agli estremi quei difetti endemici che hanno nutrito — e continuano a nutrire — l’intero panorama politico: l’ingenuità di credere che il paese si possa convincere solo usando pregiudizi, rancore e seminando luogo comune su luogo comune. Che idea originale! Peccato che questa vulgata abbia finito per alimentare proprio quel disagio sociale e politico che oggi spaventa tutti, soprattutto quelli che hanno cavalcato questa ondata per puro interesse.

Richiamare Vannacci come portabandiera di un modo così rozzo di fare politica è un insulto persino al concetto di decenza pubblica. Ma ammettiamolo con onestà: negli ultimi anni tutti noi — politici e cittadini — abbiamo cercato scorciatoie, spesso cedendo alla tentazione di appoggiare figure che fanno comodo più per i loro opposti estremismi che per qualsiasi reale proposta. Il generale, insomma, diventa il simbolo scellerato di questo gioco al ribasso.

È ormai evidente che la demonizzazione dell’avversario politico, passatempo preferito della nostra classe dirigente, si è trasformata nella scintilla che accende ogni nuovo aspirante Vannacci. Questi personaggi, fin troppo astuti, hanno capito che la strada per il successo non passa più attraverso la sfiancante costruzione di progetti seri, ma lungo la rapidissima scorciatoia della fanfaronata da quattro soldi.

Spegnere questo fiammifero di facile indignazione vorrebbe dire tornare a fare ognuno la propria parte senza cercare scorciatoie elettorali o disturbare troppo gli altri concorrenti. Significherebbe riconoscere che il generale di turno non è né il comodino elettorale di qualcuno né un problema per gli altri, ma semplicemente un effetto collaterale di una politica disgregata.

E, perché no, sarebbe il momento di rispolverare la prateria: quella rete di legami, passioni e coltivazioni sociali che un tempo chiamavamo partiti, ormai ridotti a fantasmi che sopravvivono solo grazie a qualche fittizia alleanza e alla nostalgia di tempi in cui la politica aveva un senso oltre la mera lotta per il potere.

Perché solo gli stati maggiori, dicono i meno ingenui, possono ancora tenere insieme i discretamente pacifici eserciti della nostra democrazia malmessa. Chissà, forse con un po’ di pazienza e senso di responsabilità si potrebbe rinverdire quella prateria e smettere di alimentare incendi con fiammiferi accesi a dismisura.

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