Pace USA-Iran in cinque mosse geniali che dovrebbero risolvere tutto, o forse no

Pace USA-Iran in cinque mosse geniali che dovrebbero risolvere tutto, o forse no

I media arabi si sono gentilmente lasciati scappare un piano in cinque punti che, a quanto pare, dovrebbe salvare il mondo e mettere d’accordo USA e Iran. Domani si aprono le danze diplomatiche a Muscat, in Oman, e chissà se da quell’incontro nascerà qualcosa di concreto o solo un altro episodio di teatro internazionale. Il documento, cucinato su misura dalle fonti più varie – egiziane, qatarine, turche e saudite – è stato “sgocciolato” con parsimonia, giusto per stuzzicare l’appetito dei cronisti. Il piatto forte? Volontariamente rinunciare per tre anni all’uranio arricchito, per poi limitarsi a un 1,5% di arricchimento solo per scopi civili, sotto l’onnipresente e rigoroso controllo dell’AIEA.

Come se non bastasse, arriva il secondo punto geniale: lo stock attuale di uranio arricchito, che si aggira attorno a 400 chili – roba da far invidia a una farmacia – dovrebbe essere trasferito a un Paese terzo, presumibilmente la Turchia. A fare da consulente tecnico, con un pizzico di ironia geopolitica, potrebbero esserci USA o Russia. Un bel triangolo d’amore internazionale!

Avvicinandoci al terzo punto, Teheran si impegna a smettere di fornire armi o tecnologie missilistiche alle milizie sciite amiche nei dintorni. Insomma, smettiamo di giocare a fare il centro di forniture belliche regionali e passiamo al negoziato maturo… o almeno così sembra sulla carta.

Il quarto punto aggiunge un tocco di “non prima io”: l’Iran promette di non utilizzare per primo i suoi missili balistici in caso di scontro, a meno che non venga attaccato con gli stessi mezzi. Una promessa politica, con la supervisione dei soliti giudizi severi di Washington. L’arsenale resta, però almeno così si fa sapere… no all’uso spontaneo ma c’è.

Infine, come ciliegina sulla torta, il quinto punto propone un patto di non aggressione tra Teheran e Washington. Immagino che il prossimo passo sia un invito a pranzo per brindare al “mai più guerra”, magari mentre tutti si tengono stretti i loro arsenali nell’armadietto sottochiave.

Il gioco delle parti: molto rumore per nulla?

Dunque, abbiamo un piano che profuma di compromesso e buone intenzioni; peccato che, come sempre, la realtà della diplomazia internazionale sia un po’ più complicata. Dire “rinunciare” all’uranio arricchito è un po’ come dire “rinuncio” ai dolci, ma solo per tre giorni e poi torno alla cioccolata. Sorveglianza severa dell’AIEA compresa, come se non si sapesse che in passato il controllo ha più buchi di una forma di gruviera.

La storia del trasferimento dell’uranio a un Paese terzo strappa un sorriso scettico: affidare a un terzo – e guarda caso la Turchia, che ha interessi altalenanti e spesso contraddittori sia con l’USA che con Russia – una materia così delicata è come consegnare le chiavi di casa a un vicino che litiga con la famiglia ogni due giorni.

Nel frattempo, il divieto di supporto armato alle milizie sciite è il classico “prometto solennemente di non farlo più”, disatteso con la stessa solennità in tempi passati.

Quanto all’impegno di non utilizzare i missili per primo, con la supervisione americana, è una perla d’ironia: se ti attaccano, a quel punto sì che puoi sparare, ma intanto tieniti il missile bello pronto. Siamo in un teatrino in cui tutti recitano la parte del “buono”, mentre sotto il palco continuano a scaldare i motori.

E il patto di non aggressione? La diplomazia lo chiama “momento di distensione”, gli scettici lo vedono come un “lasciamoci pure le porte aperte in faccia”. Praticamente è l’equivalente politico del “stiamo bene così, almeno per ora”.

Un vertice a Istanbul per la “Nato musulmana”: utopia o manovra di distrazione?

Sempre sullo sfondo di questo panorama di sospetti e patti traballanti, si affaccia l’idea – non proprio lanciata da un genio della geopolitica – di creare una “Nato musulmana” a Istanbul. Proprio così, un’alleanza di Stati musulmani, come se il mondo arab-musulmano fosse un’accozzaglia compatta e priva di divisioni endemiche.

L’idea suona più come un tentativo di distrarre i giornalisti dalle ovvietà delle trattative iraniane o di battere un colpo nel pantano geopolitico, dove le alleanze si creano e si disfano come le carte da gioco di un giocatore ubriaco.

Insomma, mentre USA e Iran si danno appuntamento a Muscat sperando in un fragoroso applauso della comunità internazionale, non sottovalutiamo che il sipario potrebbe calare rapidamente, lasciando solo un ammasso di promesse e nessuno con il coraggio di svelare chi ha lanciato la prima pietra… o meglio, il primo missilo.

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