Shell, il colosso petrolifero britannico, ha deciso di allietarci il giovedì con un utile del quarto trimestre meno brillante del previsto, merito soprattutto dei prezzi del greggio più bassi. Un vero shock per tutti, vero?
L’utile rettificato di Shell per il trimestre si è fermato a 3,26 miliardi di dollari, un risultato deludente rispetto alle aspettative degli analisti fissate a 3,53 miliardi, secondo il consenso compilato da LSEG. E non è tutto: un altro pronostico aziendale anticipava 3,51 miliardi. Insomma, una prestazione sotto tono, anche se un po’ meno di quanto si temeva.
Per dare un’idea, nello stesso periodo dell’anno precedente l’utile era stato di ben 3,66 miliardi e nel terzo trimestre si era invece toccata quota 5,4 miliardi di dollari. Una discesa che, sì, fa stiracchiare il sorriso dei vertici ma che in fondo è solo una noiosa conferma della volatilità del mercato.
Passando all’intero 2025, Shell ha fatto segnare utili rettificati pari a 18,5 miliardi di dollari, al di sotto delle aspettative e decisamente lontano dai 23,72 miliardi ottenuti l’anno prima. Ma niente panico: c’è sempre tempo per spalmare qualche parola vaga sul successo dell’anno.
Wael Sawan, il CEO, ha commentato con autentica giocondità:
“Il 2025 è stato un anno di slancio accelerato, con performance operativa e finanziaria robuste in tutta Shell.”
Insomma, mentre i numeri ballano, la musica ufficiale suona sempre quella: straordinari successi e slanci fulminei.
Per addolcire la pillola agli azionisti, l’azienda ha annunciato un aumento del dividendo del 4%, che sale così a 0,372 dollari per azione, accompagnato da un programma di riacquisto di azioni da 3,5 miliardi di dollari. La ciliegina? Questo è il diciassettesimo trimestre consecutivo in cui Shell riacquista azioni per almeno 3 miliardi.
Passando ai lati un po’ più noiosi della finanza, il debito netto a fine anno si è attestato a 45,7 miliardi di dollari con un gearing – che in parole povere indica quanto la società si è indebitata rispetto al capitale – al 20,7%. Un lieve aumento rispetto ai precedenti 41,2 miliardi e 18,8% al termine del terzo trimestre. Sì, perché anche le grandi imprese hanno i loro problemi di debiti da gestire, ma niente panico, il gioco continua.
Il contesto tutt’altro che rosa
Naturalmente, non siamo nel Paese delle meraviglie. Prezzi del petrolio più bassi mettono in crisi i giganti energetici europei, obbligandoli a scelte di quelle dure, tipo tagli di spesa e stop ad alcune iniziative. Sicuramente non il momento migliore per il glamour multibillionario.
L’industria si aspettava un trimestre di risultati così mosci che già si vociferava sul rischio ridimensionamento dei dividendi corrisposti agli azionisti. Una situazione “difficile”, diciamo così, che ha spinto anche Equinor, la compagnia energetica norvegese controllata dallo Stato, a fare la prima mossa anticrisi.
Senza troppi giri di parole, Equinor ha deciso di tagliare drasticamente i riacquisti di azioni a 1,5 miliardi di dollari per quest’anno, un bel passo indietro rispetto ai 5 miliardi dell’anno scorso, dopo aver annunciato un calo del 22% dell’utile nel quarto trimestre. Non solo, ha preso la palla al balzo per ridimensionare anche gli investimenti in energie rinnovabili e a bassa emissione.
I riflettori ora sono puntati su BP e TotalEnergies, rispettivamente britannica e francese, che devono ancora dare i loro numeri per il quarto trimestre. Nel grande teatro dei combustibili fossili, lo spettacolo continua, tra luci, ombre e qualche taglio teatrale.



