E ancora sull’importanza di questa tournee, ha aggiunto:
“I rapporti con la Cina, e la mia relazione personale con Xi, sono estremamente buoni e tutti e due sappiamo quanto sia importante mantenerli così.”
L’imminente viaggio nel colosso asiatico assume i contorni di una vera e propria operazione di charme per un presidente che vuole essere l’arbitro globale tra guerre commerciali, tensioni geopolitiche e, perché no, qualche complotto di cortesia. Un simultaneo ritiro simbolico degli agenti federali in patria e il rilancio diplomatico in Oriente sembrano la prova che l’arte della contraddizione è un talento tutto americano.
Un ritiro a metà tra tattica e show
Qualche agentuccio se ne va, ma la maggior parte resta, perché si sa, “non si molla mai” davvero. Così il ministro-commissionario per l’ordine pubblico mostra il suo lato “intelligente”, quello che sembra tradursi più in un cambio di rotazione piuttosto che una vera strategia di risoluzione. È un po’ come togliere qualche pezzo dal grande incendio per non sembrare troppo peggiori, ma mantenere la fiamma viva. Un gioco delle tre carte ben fatto, condito da frasi altisonanti e bacchettate amichevoli rivolte alle autorità locali: che gentilezza! Tutto questo mentre le tensioni sociali non accennano a placarsi e la resistenza alle politiche di immigrazione resta feroce.
Insomma, la scena è pronta per un altro atto: l’apparente calma dietro le quinte fervono le strategie e i piani di una amministrazione che fa del caos uno spettacolo, e della contraddizione un marchio di fabbrica.
Washington. Ecco la grande “missione compiuta”: l’amministrazione Trump annuncia il ritiro di 700 agenti federali dal Minnesota. Eh sì, dopo aver sparso sullo Stato mille gendarmi ed agenti immigratori, l’inviato speciale Tom Homan, con la solita modestia sfidante, definisce quella appena annunciata una “cooperazione senza precedenti” tra il governo federale e le autorità locali. Un vero miracolo diplomatico in tempi di proteste e tensioni sociali.
E così, mentre si fa la conta, i “fuggitivi” sono soltanto 700, ma rimangono stanziali ben 2.000 agenti federali per continuare la “lotta all’immigrazione”. Non male come ridimensionamento, vero? Homan, ringraziando con rara cortesia – quasi da sceneggiata – le autorità locali, rivendica una “operazione più efficiente e intelligente”. Tradotto: meno carne da macello, ma pronto a tornare all’attacco. Non c’è alcuna resa, assicura il nostro eroe federale; al massimo una pausa strategica fino a quando le cose non si calmeranno “definitivamente”. Una promessa da prendere con il dovuto sarcasmo.
Nel frattempo, mentre delega agenti e offre drammi da poliziesco in Minnesota, il presidente Trump si prepara a un’altra impresa diplomatica: la partenza per una visita ufficiale a Pechino. Non una notizia qualunque, ovviamente, visto che il nostro comandante supremo si è auto-definito reduce da una “conversazione eccellente” con il presidente Xi Jinping.
Donald Trump ha scritto sui social:
“Ho appena terminato una conversazione eccellente con il presidente Xi.”
E ancora sull’importanza di questa tournee, ha aggiunto:
“I rapporti con la Cina, e la mia relazione personale con Xi, sono estremamente buoni e tutti e due sappiamo quanto sia importante mantenerli così.”
L’imminente viaggio nel colosso asiatico assume i contorni di una vera e propria operazione di charme per un presidente che vuole essere l’arbitro globale tra guerre commerciali, tensioni geopolitiche e, perché no, qualche complotto di cortesia. Un simultaneo ritiro simbolico degli agenti federali in patria e il rilancio diplomatico in Oriente sembrano la prova che l’arte della contraddizione è un talento tutto americano.
Un ritiro a metà tra tattica e show
Qualche agentuccio se ne va, ma la maggior parte resta, perché si sa, “non si molla mai” davvero. Così il ministro-commissionario per l’ordine pubblico mostra il suo lato “intelligente”, quello che sembra tradursi più in un cambio di rotazione piuttosto che una vera strategia di risoluzione. È un po’ come togliere qualche pezzo dal grande incendio per non sembrare troppo peggiori, ma mantenere la fiamma viva. Un gioco delle tre carte ben fatto, condito da frasi altisonanti e bacchettate amichevoli rivolte alle autorità locali: che gentilezza! Tutto questo mentre le tensioni sociali non accennano a placarsi e la resistenza alle politiche di immigrazione resta feroce.
Insomma, la scena è pronta per un altro atto: l’apparente calma dietro le quinte fervono le strategie e i piani di una amministrazione che fa del caos uno spettacolo, e della contraddizione un marchio di fabbrica.



