Donald Trump, quello stesso che una volta si vantava di avere un buon rapporto con Vladimir Putin, ora si permette di fare l’ennesimo appello al presidente russo affinché fermi la guerra in Ucraina. Sì, proprio lui, il protagonista di un conflitto di retorica più che altro. Dopo quasi quattro anni di un disastro bellico che non sembra tramontare, con Mosca che riprende i bombardamenti su Kiev dopo una pausa dettata, guarda un po’, dal freddo, Trump ha dichiarato di volere la fine delle ostilità. Come se bastasse un tweet per fermare missili e mortai.
Quando un giornalista dell’AFP nel solito Studiolo Ovale ha azzardato a chiedergli qualcosa sul ciclo continuo di attacchi, il suo commento è stato cristallino: «Voglio che ponga fine alla guerra». Quasi una rivelazione divina. Alla domanda se fosse stato deluso dal fatto che Putin non avesse prolungato la pausa, ha risposto giustificando l’indifendibile: «Mi piacerebbe che lo facesse». Sì, perché una settimana di tregua, in queste circostanze, è già un miracolo – parola di Trump.
Con estrema magnanimità ha anche osservato che Putin «ha mantenuto la parola» definendo quella settimana di stasi una sospensione degli attacchi da domenica a domenica. Aggiungendo, in un tocco di pietà imprevedibile: «E’ tanto, sapete, una settimana; accetteremmo qualsiasi cosa, perché lì fa davvero, davvero freddo». Sarà interessante vedere quale sarà il prossimo diktat sul meteo da parte dell’ex presidente, ma intanto grazie per l’aggiornamento climatico, Mr. Trump.
L’orchestrazione diplomatica da favola
Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse a sporcare il palcoscenico, una delegazione russa ha fatto la comparsa ad Abu Dhabi, pronta per un trilaterale chiaramente benefico e illuminante, un incontro con Stati Uniti e Ucraina che è programmato tra domani e giovedì. Un vero e proprio summit di pace, perché nulla dice “armistizio possibile” come due parti pessimamente contrapposte sedute insieme di fronte a una telecamera.
L’agenzia Tass, di fatto portavoce ufficiale di Mosca, ha tenuto a evidenziare con enfasi questo evento diplomatico, come se potesse bastare un volo e qualche chiacchiera per risolvere mesi di tensioni, sangue e macerie. La propaganda che incanta chi preferisce ignorare ogni complessità geopolitica sotto la patina rassicurante di un incontro in una capitale mediorientale.
La realtà della guerra e la retorica del momento
Quella che si dipana agli occhi del mondo è una teoria di pause dettate dal freddo, tregue che sembrano episodi tanto casuali quanto improbabili, e appelli civettuoli da parte di ex magnati dell’immobiliare convertiti alla politica da bar. Intanto la guerra fa sempre più vittime, nessuno guarda davvero ai dettagli, mentre il gioco degli equilibri internazionali si fa beffe della sofferenza quotidiana.
Ma soprattutto, la performance pubblica di chi, con la bocca piccola, chiede la pace dopo aver contribuito per anni alla confusione diplomatica, non può che essere giudicata un esercizio di ipocrisia senza veli. In conclusione, non resta che attendere la prossima entusiasmante dichiarazione di chi pensa ancora che la declamazione pubblica di buoni sentimenti possa fermare una macchina da guerra in piena corsa.



