A Bruxelles, la macchina burocratica della Commissione Europea si adopera febbrilmente per zittire quei noiosi allarmi sul rischio che l’Europa si ritrovi di nuovo incatenata a una dipendenza energetica, questa volta dal gas statunitense costosissimo, quel magnifico alleato che sta diventando sempre più un problema e una minaccia velata. E non è solo un gruppetto di analisti in allarme: persino due commissari europei, tra cui la super vicepresidente Ursula von der Leyen, la solita Teresa Ribera, hanno avuto il coraggio di ammollare un bel richiamo sul rischio di scambiare il gas russo con nuove, freschissime e succulente vulnerabilità geopolitiche. Ovviamente, questo messaggio poco gradito ha fatto sobbalzare una portavoce dell’esecutivo UE che si è affrettata a smorzare i toni e a far scendere dalla soffitta il paragone con la vecchia dipendenza russa: “Le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti non possono certo essere paragonate a quelle che avevamo con la Russia prima della guerra in Ucraina”, ha sentenziato con aplomb. Un’affermazione perfetta per smentire elegantemente i due commissari summenzionati, ovvero il commissario all’Energia Dan Jorgensen e la vicepresidente Ribera.
Dan Jorgensen, danese di sangue caldo e particolarmente sensibile alle esuberanze di Donald Trump sulla Groenlandia, ha offerto una sacrosanta analisi la scorsa settimana durante un’intervista a testate internazionali, citando proprio l’isola artica come emblema della tensione crescente tra l’UE e gli Stati Uniti. “La situazione più complicata e seria”, ha detto, “sono proprio i rapporti complicati con l’America”. Ma attenzione: il nostro eroe danese si è pure preso la briga di spiegare che in Europa cresce l’apprensione per l’idea di cambiare una dipendenza tossica con un’altra altrettanto velenosa. E, nonostante il gas americano resti essenziale per il momento, la strategia ufficiale è di esplorare nuovi amori energetici: Canada, Qatar e Algeria sono sulla lista della spesa. Lo scorso anno, poco meno del 60% del gas naturale liquefatto importato in UE arrivava direttamente dagli States, quell’adorabile continente che sa spalancare le porte dei combustibili fossili pur di mantenere la propria egemonia. Ovviamente, questo tentativo di diversificazione rischia di fare innervosire più di qualche cervello alla Casa Bianca, soprattutto dopo la generosa promessa di acquisti per 750 miliardi di dollari di idrocarburi dagli USA entro il 2028, il tutto firmato con tanto di sorriso a giugno scorso tra von der Leyen e Trump.
In perfetta sintonia con Jorgensen, la vicepresidente esecutiva della Commissione ha ribadito il suo copione lunedì, durante un pregevole simposio tenutosi a Barcellona. Teresa Ribera ha illustrato quello che ormai è un segreto di Pulcinella: l’invasione russa dell’Ucraina ha ben messo in chiaro quanto fossimo appesi a un filo troppo esposto in ambito energetico. Nel 2022, il 45% del gas consumato nell’Unione Europea arrivava dalla Russia, un dato vertiginoso caduto all’attuale 12% – ma con un bel boom di importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti, quadruplicate nel frattempo. La novità assoluta? Ribera ha avuto l’onestà intellettuale di puntualizzare con straziante verità: “La dipendenza, da qualunque parte essa provenga, resta dipendenza”. Qualcuno potrebbe liquidare la questione con un proverbiale “vabbè, ma è diverso”, ma voi non illudetevi: il concetto è netto, cristallino e di una limpidezza devastante.
Al famigerato forum di Davos, grande vetrina per ammirare le élite da vicino, Fatih Birol, il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha avuto l’irreprensibile genio di evidenziare quel piccolo dettaglio che sembra sfuggire all’entusiasmo europeo: rischiamo di “mettere tutte le uova in un paniere” passando semplicemente da un superfornitore, Mosca, a un altro, protagonisti indiscussi di Washington. Ah, gli affari europei, un capolavoro di originalità storica.
Per fortuna, la Commissione Europea interviene a tenerci sulla retta via della giustificazione: “La situazione attuale non è quella pre-2022”, ci rassicurano, come se bastasse il cambio del fornitore per trasformare una promessa di prigionia in un sogno di libertà. La dipendenza dal gas naturale liquefatto (Gnl), dicono, è “molto più gestibile” rispetto alle tundre gelide delle forniture via gasdotto da Mosca. E non è finita: questo Gnl, oltre a essere più snello, regala alla diplomazia comunitaria “margini di flessibilità e diversificazione” che prima restavano desideri irrealizzati, quasi fossero le nuove magie a cui aggrapparsi per sperare in un domani meno vincolante. Concetti imprescindibili, insistono con fierezza, quando si tratta di passare da una dipendenza all’altra senza perdere il sorriso.



