Che sorpresa! Il Parlamento europeo, con una votazione che sembra quasi un’altra riunione tra amici di vecchia data (392 favorevoli, 179 contrari e qualche astensione per fare scena), ha deciso di condannare l’uso di minacce commerciali e intimidazioni economiche. E no, non si tratta di una nuova puntata di un reality show, bensì di un formidabile attacco alle “coercizioni” subite dalla Danimarca e altri Stati membri, tutto condito da un’adorabile richiamo al “diritto internazionale” e ai “principi fondamentali della cooperazione” tra alleati della NATO.
Il Parlamento, mai timido quando si tratta di prendere posizione, afferma che la Groenlandia non deve diventare il campo di battaglia per dividere l’Unione europea. Per affrontare il problema? Una risposta “ferma, collettiva e decisa” – insomma, la classica strategia che finora ha funzionato benissimo. Magia della politica comunitaria!
E come ciliegina sulla torta, ecco la delusione per il governo statunitense: quel paraculo che ha deciso di adottare un approccio sempre più “transazionale”, abbandonando il vecchio giochetto del multilateralismo e abbracciando con entusiasmo la politica del “faccio il mio interesse e tu ti arrangi”. Una simpatia reciproca, insomma!
Riassumendo: per non finire vittime di altre “pressioni coercitive”, l’UE deve assolutamente imparare dalle sue fragilità e, magari, svegliarsi un po’ dal torpore diplomatico. Ecco come si costruisce l’Europa sovrana e forte, cara Europa a sei mani!
Un arco di instabilità? Meglio una catena di pasticci
Ah, la tanta temuta instabilità intorno al continente europeo! Non stiamo parlando di una minaccia inedita, ma di un vero e proprio “arco” che si estende dall’Ucraina al Caucaso, dal Medio Oriente fino al Sahel, per non dimenticare il freddo pungente dell’Artico e chissà cos’altro ci riserva il futuro. Una trama da film thriller politico, ma sfortunatamente reale e ben poco entusiasmante.
L’UE, con la sua consueta modestia e senso di responsabilità, non può fare altro che restare aperta e impegnata “a livello globale”. Peccato che la sua influenza politica sembri spesso un pallido riflesso rispetto al suo peso economico (e finanziario, naturalmente). Che sia una questione di occhiali sbagliati?
Ah, la guerra in Ucraina: ovviamente, tutti d’accordo che una soluzione diplomatica sarebbe la cosa migliore. Peccato che il Parlamento avvisi che qualsiasi accordo imposto dalla Russia, o che addirittura “premi” l’aggressione russa, sarebbe un disastro per la sicurezza europea. Siamo tutti d’accordo, ma poi che fare? Ecco la soluzione magica: allargamento dell’UE!
Perché far entrare nuovi membri è sempre un investimento geostrategico vincente, soprattutto quando si tratta di stabilità regionale. O forse semplicemente un modo elegante per dire “mettiamo più pezzi sulla scacchiera e speriamo che si neutralizzino a vicenda”.
Difendersi da soli: la nuova parola d’ordine
Nella relazione annuale sulla politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), il Parlamento ci ricorda che le aggressive schermaglie di Mosca hanno messo a dura prova l’ordine di sicurezza europeo facendo sprofondare tutti in un “fallimento istituzionale”. Niente panico, però: la soluzione è la solita vecchia cooperazione “basata su regole concordate congiuntamente”. In effetti, che ci fosse bisogno di ricordarcelo dopo tutti questi anni di riunioni, summit e trattati segreti è una chicca di realismo politico.
Il Parlamento richiama quindi a una “rinnovata architettura” di sicurezza europea, quella volta che l’UE e la NATO decidano di collaborare seriamente, magari in contemporanea piuttosto che a turno. Nel frattempo, un avvertimento per gli Stati membri: tenetevi pronti ad agire in proprio, sfruttando la clausola di assistenza reciproca, quell’articolo 42 che dormiva da anni nei cassetti del Trattato sull’Unione Europea (TUE).
Groenlandia sotto minaccia? Ma dai…
Il Parlamento dell’UE non poteva certo lasciarsi sfuggire il tema caldo delle “interferenze straniere” in Groenlandia, questa splendida isola dalle mille risorse – e da ora, a quanto pare, epicentro di intrighi globali degni di una spy story.
Le “azioni ibride” e le minacce esplicite degli Stati Uniti alla sovranità groenlandese sono infatti, secondo gli euro-deputati, una “grave minaccia” ai sacri interessi strategici europei. Peccato che la realtà sia un po’ più complicata di così: uno scenario in cui Washington decide di esercitare il suo peso sul territorio di un alleato con cui l’UE dovrebbe invece remare dalla stessa parte.
Inutile dire che la risposta dell’UE deve essere “unita” – e qui arriva la chicca, citando la dichiarazione congiunta del 6 gennaio 2026, dove si afferma che il futuro della Groenlandia è un affare solo della Danimarca e della Groenlandia stessa. Ottimo, soluzione semplice per un problema complicato… o il perfetto modo per lavarsi le mani.
Infine, non poteva mancare l’accusa alla recente strategia di sicurezza nazionale degli USA, che secondo gli eurodeputati ribadirebbe un’impostazione un po’ troppo “fissata” su una politica che considera l’UE – e tutti quei fastidiosi valori come la democrazia e la governance – più un ostacolo che un partner prezioso. Sarà uno scherzo?
La strategia europea: tra realtà e sogno
David McAllister, coraggioso relatore tedesco della relazione sulla politica estera e di sicurezza comune (PESC), si lancia in un encomio di tutto rispetto all’UE. Che deve, a suo dire, rafforzare i partenariati globali – giusto per non farsi mancare nulla – migliorare la deterrenza, e ovviamente consolidare la cooperazione con le democrazie affini. Scherzi a parte, tutto ciò dovrebbe servire a garantire la sicurezza dell’Europa sul lungo periodo, senza dimenticare di “aumentare la visibilità” dell’Unione (chi sapeva che l’UE era così ‘invisibile’?) e affinare la sua rappresentanza esterna come se fosse un attore new entry sul palcoscenico mondiale. McAllister, sempre sospettosamente positivo, insiste soprattutto sull’uso efficace e coerente di tutti quegli strumenti magici chiamati sanzioni, comunicazione strategica e il fantasmagorico Global Gateway. Una barriera contro le tempeste geopolitiche, insomma.
Thijs Reuten, altro brillantissimo relatore olandese, invece prende la parola per dire chiaramente che i tempi del “sogno europeo” della difesa comune per ora sono rimasti lettera morta per quasi vent’anni. La politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), che sembrava un’idea splendida sulla carta, deve ora trasformarsi in realtà, e con urgenza, per evitare che il nostro continente resti alla mercé di altri. Reuten sottolinea che le chiacchiere sui “mercati unici della difesa” non bastano più e che la cosiddetta clausola di assistenza reciproca (articolo 42.7) della UE deve diventare operativa e non una semplice cornice cerimoniale. No, non stiamo facendo la gara con la NATO, dice, ma semplicemente vogliamo mettere l’Europa in grado di “reggersi sulle proprie gambe” e farsi rispettare come attore credibile in materia di sicurezza, non solo per i suoi cittadini ma anche per i partner globali, ammesso che ci siano ancora. Infine, ci ricorda che forse, dico forse, occorre aumentare la spesa militare e lavorare seriamente sulla base industriale di difesa europea, accompagnati da una dottrina di sicurezza che sia meno naif e più concreta. Fantastico, no?
In definitiva, una delle commedie più riuscite dell’attuale politica internazionale: l’Europa che vuole farsi forte e autonoma, ma teme di perdere il suo ingombrante “protettore”, mentre questo, dall’altra parte dell’oceano, si guarda bene dal prendersi troppe responsabilità. L’annoso gioco dei “voglio ma non posso”, con tanto di sfilata di buoni propositi, ambizioni strategiche e promesse di maggiore spesa, tutto condito da un’insuperabile dose di ottimismo istituzionale. L’imprevedibilità di Washington, più che una minaccia, sembra un’ispirazione per una nuova serie di circoli viziosi diplomatica-militari. L’UE, per ora, resta lì a cercare di decifrare la sua ombra nel grande spettacolo geopolitico, mentre il sipario si apre su un futuro che più incerto non si può.



