“San Bias el benediss la gola e el nas”. Sì, perché il 3 febbraio a Milano non si celebra semplicemente un santo, ma si fa un rito tutto speciale a base di panettone. Ma non un panettone qualunque, no no: deve essere rigorosamente quello avanzato dalle feste di Natale. Altro che farmaci o tosse! Il segreto per scacciare i malanni di gola e naso sta lì, in un pezzettino di dolce milanese da mettere sotto i denti. Assolutamente scientifico, s’intende.
La tradizione milanese legata a San Biagio ha radici solide, radicate nel profondo, o almeno così si dice, e si ripete con la puntualità di un orologio svizzero ogni anno da decenni. Come è nata questa usanza? Eh, preparatevi, perché la storia è tutta un programma.
San Biagio (o Biagio di Sebaste, per i più formali) non era certo un tipo qualunque: medico e vescovo cattolico vissuto tra il III e IV secolo nell’Asia Minore, ha speso la vita a curare e difendere la fede. I Romani però, che evidentemente avevano poco senso dell’umorismo, lo imprigionarono e torturarono con pettini di ferro da cardare la lana, perché Biagio si rifiutò di rinnegare il cristianesimo. Ovviamente finì decapitato: scelta drastica ma efficace. La chiesa, per la cronaca, lo ha santificato e fatto santo patrono… della gola, perché si dice abbia compiuto un “miracolo” salvando un ragazzo dalla soffocazione di una lisca di pesce somministrandogli una grossa mollica di pane. Miracolo o no, rimane la rassicurante storia del pane che scaccia i malanni.
Ma la vera chicca è il legame con Milano, che è tutto fuorché antico: nasce, infatti, da un frate golosone di nome Desiderio e una massaia più furba che mai. Ecco il capolavoro della leggenda cittadina. Poco prima del Natale, questa massaia porta al frate un panettone da benedire. Peccato che il povero frate, impegnato in chissà quali attività contemplative, si dimentichi completamente del dolce. O forse era un tipo particolarmente procrastinatore e assai ghiotto. Fatto sta che quel panettone sparisce a poco a poco sotto i suoi attacchi di spiluccamento, fino a lasciar solo l’involucro. Quando la donna torna il 3 febbraio, sorpresa sorpresa, niente più dolce. Ma la storia resta a questo punto ancora più gustosa: il frate, senza perdere un colpo, conduce la massaia proprio all’angolo dove trova, con grande meraviglia, un panettone raddoppiato di volume! Magia? Miracolo? No, semplicemente San Biagio che fa la sua comparsa… giusto per non farsi dimenticare.
Secondo la tradizione contadina che sopravvive tuttora, il rituale impone che la mattina del 3 febbraio la famiglia consumi l’ultimo panettone natalizio superstite. Lo si mangia con la convinzione che abbia proprietà “miracolose”, perché, in un mondo dove la medicina ufficiale è sopravvalutata, basterebbe un dolce a bandire tosse, raffreddore e malanni vari. Non male come scusa per tenere in casa un dolce natalizio a febbraio, vero?



