E se il celebre tartufo di Alba non provenisse affatto da Alba? E se l’oro bianco tanto celebrato nelle Langhe fosse invece un prodotto importato dall’Europa dell’Est o, perché no, addirittura dall’Iran? Sì, proprio quel pregiatissimo fungo ipogeo che fa sognare i piemontesi e che vanta addirittura il titolo di Patrimonio Unesco dell’Umanità potrebbe essere un’illusione sostenuta da un mix micidiale: cambiamenti climatici e una domanda insaziabile che nessuno riesce a placare. Insomma, un’artigianale frode geografica che coinvolge raccoglitori lontanissimi, ignari o indifferenti al termine “trifola”, quella parola così langarola da sembrare un rito segreto.
L’inchiesta di Report, andata in onda domenica 1 febbraio, ha fatto saltare il tappo sulle astuzie con cui si aggirano le norme sulla provenienza di questo prodotto, venduto come sacro e immacolato sui banchi della più famosa kermesse mondiale da oltre novanta anni, la Fiera di Alba. Un curioso operatore della Fiera si lascia scappare candidamente: «Io ho un’azienda agricola che affitta tartufaie e si auto-fattura il prodotto che arriva». Tradotto? Qualunque tartufo importato da chissà dove diventa magicamente prodotto locale, con la complicità di furbastri che trasformano la provenienza in un optional da cartellino.
Qual è davvero la terra d’origine del tartufo? L’incubo della trasparenza
L’inchiesta serale di Raitre ha rialzato il sipario su un quesito che macina dubbi da tempo immemore: ma da dove salta fuori il tartufo, quello che svetta a prezzi esorbitanti non solo alla famigerata Fiera internazionale di Alba, ma anche nei mercati di mezza Italia, quella vocata a un mito quasi religioso del tuber?
E soprattutto, il consumatore medio – intento a svuotare il portafoglio – è così rassicurato da ogni garanzia? O la provenienza è soltanto un dettaglio destinato a perdersi tra una risata e un boccone di tartufo? Domande legittime, ma preparatevi alla risposta più pragmatica di sempre:
Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo, proprio a Alba, spiega con candore ammirevole: «Sono più di vent’anni che nessuno qui fa promozione sostenendo che il tartufo bianco d’Alba sia stato raccolto proprio ad Alba». Dunque, la molto strombazzata origine locale sembra più un optional di marketing che una certezza. Carbone continua, come se fosse una pillola da mandare giù a forza: «Conta la qualità e la soddisfazione del consumatore. Il tartufo più pregiato, il tuber magnatum pico, è un prodotto spontaneo, non coltivato come tante sciocchezze da supermercato. Determinare esattamente la provenienza è una sfida persino con la tecnologia più avanzata, non solo per il tartufo, ma anche per molti prodotti alimentari come il pesce pescato e non allevato».
Insomma, se un pesce viene chiamato merluzzo, ma è di dubbia provenienza, perché ci scandalizzarci per un tartufo?.
Ma a cosa servono allora tutte quelle cerimonie di assaggio, quei giudici esperti che ogni giorno degustano i tartufi in fiera? Ce lo spiega con un’aria da censore scientifico Axel Iberti, presidente dell’Ente Fiera internazionale del Tartufo bianco di Alba: «Alla fine, l’inchiesta di Report riconosce la qualità e la selezione garantita dal mercato mondiale del tartufo, grazie all’esperienza e al lavoro indipendente dei nostri giudici supportati dalla scientificità del Centro Studi Nazionale». Tradotto: “non preoccupatevi dell’origine, ci pensiamo noi a dirvi che il prodotto è buono”.
E riguardo all’accusa di scarsa trasparenza? Nessun turbamento, beninteso. Iberti infatti spiega con il cuore in mano: «Come presidente, il mio obiettivo è stato sempre ascoltare e tutelare i trifolao, quei cacciatori di tartufi che militano nel selvaggio bosco di Langhe, Roero e Monferrato, impegnati a proteggere questi ecosistemi per i prossimi venti o trenta anni, assicurando così un modello di sviluppo sostenibile». Insomma, si parla tanto di futuro, di rispetto forestale e di responsabilità globali, quasi come se tutto questo funzionasse senza baruffe e imbrogli.
Ovviamente, gleaming slogan del genere riescono a coprire miracolosamente il fatto che ogni anno, tonnellate di tartufi ignoti nel dettaglio di origine continuano a invadere banchi e piatti, coccolati da una cornice di luci natalizie e sapori d’élite.
Che sorpresa, un brand che non protegge una Dop o una Igp, ma un bel marchio di qualità costruito pazientemente nel tempo, come se la reputazione si potesse semplicemente spremere dal nulla. Gli albesi ci tengono a sottolineare che la denominazione “tartufo bianco d’Alba” è puramente un marchio commerciale di eccellenza, niente a che vedere con un’indicazione di provenienza geografica. Ah, la magia del marketing che supera le noiose questioni della geografia e dei disciplinari!
Nel frattempo, la Regione Piemonte ha perfino uno specialista per questa nobile causa: un assessore dedicato esclusivamente al tartufo. Parliamo di Marco Gallo, che ovviamente si precipita a difendere la sacralità di Alba e della sua Fiera, considerandola “un’eccellenza” e un “punto di riferimento a livello mondiale”. Certo, perché se non lo dice lui, allora chi? Sembra proprio che gettare fango su una pietra preziosa come questa sia un sacrilegio da evitare a ogni costo.
Marco Gallo ha il coraggio di commentare con queste parole:
“Alba e la sua Fiera sono un’eccellenza, un punto di riferimento a livello mondiale e non mi sembra corretto gettare fango con così tanta leggerezza.”
Non contento, il solerte assessore accenna alla “complessità” della tracciabilità per un prodotto che, ovviamente, nasce da una raccolta spontanea – quindi, naturalmente, impossibile da schedare come si deve. Come se fosse una scusa perfetta per evitare di fare qualcosa di concreto.
Ma attenzione, non è finita qui: il dilemma tra le esigenze delle diverse anime della filiera e le varie provenienze geografiche è talmente intricato che tutti i tentativi di sintesi sembrano destinati a naufragare nel mare magnum delle incongruenze. Roba da far impallidire i migliori esperti di burocrazia.
Come ciliegina sulla torta, la Regione Piemonte ha recentemente annunciato uno “studio importante” sulle carte di attitudine e potenzialità dei terreni tartufigeni, accompagnato da un generoso stanziamento di fondi per proteggere piante e tartufaie. Insomma, tra una conferenza e l’altra, il tartufo d’Alba continua imperterrito a brillare come un marchio intoccabile, anche se a tanti (forse a troppi) piace considerarlo piuttosto un business di fumo e speculazione.



