Che spettacolo! Una delle gemme nascoste di Milano, la raffinata Villa Necchi Campiglio, si è trasformata in un palcoscenico per la magnificenza coreana grazie alla Korea House e alla stupefacente K-Travel Week. Per chi non lo sapesse, è proprio così: tra sé e sé, tra un caffè e una foto con il kimchi, la cultura coreana ha deciso di dare spettacolo nella città della Madonnina, forse sperando che la moda del K-pop e del K-beauty riesca a far dimenticare il traffico milanese e i prezzi delle brioche.
Ma che cosa succede esattamente in questi eventi? Oh, nulla di meno che una crisi d’identità culturale accompagnata da un’esibizione senza pari di coreanità: canto, danza, e, ovviamente, cibo. Perché nulla dice ‘scambio culturale’ come una porzione ben confezionata di kimchi accompagnata da un concorso per vincere un viaggio in Corea, sponsorizzato da quei signori che sanno farti venire voglia di prendere il primo aereo senza biglietto di ritorno.
Villa Necchi Campiglio, ancorata nella sua eleganza anni Trenta, fa da contrasto perfetto con le luci al neon della tecnologia e della modernità coreana, un matrimonio creativo che sembra uscito da un film di Ken Loach – se Loach si occupasse di turismo e K-pop, ovviamente. Il risultato? Un incontro di culture che forse lascia più dubbi che certezze, ma almeno è fresco, almeno è trendy.
La Corea sbarca a Milano: tradizione o spettacolo da vetrina?
Nessuno può negare l’effetto magnetico del fenomeno coreano, ma perché questa splendida occasione di dialogo interculturale spesso finisce per assomigliare a uno spot pubblicitario? La risposta è semplice: perché dietro a questi eventi, oltre agli artisti e ai ballerini, ci sono i soliti attori economici pronti a sfruttare ogni goccia di hype per vendere qualche prodotto in più o per gonfiare il business del turismo.
Un vero festival della realtà aumentata culturale, dove spesso si rischia di confondere l’autenticità con il marketing. Tra una danza tradizionale e un workshop di K-beauty per diventare istantaneamente “da diva coreana”, l’essenza lascia un po’ il campo all’apparenza. Ma d’altronde, il fascino è anche questo: vendersi (e vendere) una storia da cartolina, colorata da mille luci e influencer con tanto di selfie strategico.
Quando la storia incontra il business
Villa Necchi Campiglio, luogo che racconta un pezzo di storia italiana, si trova oggi sul palcoscenico di un’operazione che profuma un po’ di globalizzazione 2.0: culture foraggiate da capitali, tradizioni riproposte sotto una lente mercantile, eventi che sono allo stesso tempo celebrazione e spot. Ma chi si lamenta? Sicuramente non chi ha venduto il biglietto per entrare a questo gioco di contrasti.
Se poi si pensa che la Corea del Sud, che sfoggia una delle economie più dinamiche del mondo, si affida a queste manifestazioni anche per incrementare il turismo e il soft power, allora si può parlare di un colpo di genio nei confronti dell’arte di trasformare la cultura in una macchina da soldi. Un contrappasso moderno che lascia tutti un po’ spettatori, un po’ complici di uno show in cui si fa festa – o si vende festa – a suon di K-pop e Hanbok.
Insomma, tra danze tradizionali, degustazioni e talk sull’arte del “vivere all’orientale”, la K-Travel Week si conferma un perfetto esempio di come l’antico – qui rappresentato da un gioiello come Villa Necchi Campiglio – può effettivamente convivere con il contemporaneo, a patto di non prendere troppo sul serio la faccenda.
E se qualcuno si aspettava un vero e proprio dialogo culturale, forse si accontenterà di uno scambio di sorrisi forzati e qualche foto social, quella vera moneta corrente di questi tempi, molto più preziosa di qualunque patrimonio storico o artistico.



