Ucraina sotto attacco ferroviare: Mosca trasforma i treni civili in bersagli di guerra, perché la pacifica viabilità non era abbastanza noiosa

Ucraina sotto attacco ferroviare: Mosca trasforma i treni civili in bersagli di guerra, perché la pacifica viabilità non era abbastanza noiosa

A Synelnykove l’aria è impregnata di quell’inconfondibile aroma di fumo e gasolio bruciato, un bouquet perfetto per iniziare la giornata. Mentre i binari e la stazione sono miracolosamente liberi da macerie, grazie alla pronta “pulizia” post-bombardamento, resta solo una pattuglia di polizia a presidiare la biglietteria e qualche operaio che tenta di recuperare l’ordinarietà tra un rottame e l’altro. Non certo un bel biglietto da visita, ma almeno la routine maledettamente funziona.

Lo show dei droni, arrivati con la complicità dell’oscurità mattutina, ha trasformato i passeggeri in acrobati disperati, con qualche malcapitato costretto a rifugiarsi sotto i vagoni merci per salvarsi le penne. Insomma, tragedia in formato “solo feriti”, un dettaglio che fa tanto notizia positiva di questi tempi.

Synelnykove non è certo un punto qualsiasi sulle mappe ucraine: è lo snodo strategico più amato da chi vuole complicare la vita all’Ucraina. Qui si intrecciano le linee tra Dnipro, Zaporizhzhia e il Donbas, il cuore pulsante dell’est, dove viaggiano sia convogli civili che militari. Distruggerlo significa fare un favore enorme a chi vuole vedere treni bloccati, merci in ritardo e un Paese che combatte contro il tempo e la parola “logistica”. E come se non bastasse, da quattro anni a questa parte, Ukrzaliznytsia – o semplicemente “Uz” per i nostalgici – è l’eroina che non si ferma mai, o almeno così ci piace crederlo.

Dopo la tempesta a Synelnykove, ogni treno da Zaporizhzhia è stato gentilmente dirottato verso Dnipro. Sicurezza strutturale? O semplicemente un maldestro segnale di quanto la “spina dorsale” ferroviaria dell’Ucraina sia ora più vulnerabile di un castello di carte con il vento in faccia? A fronte di sette attacchi in sole 24 ore, i droni russi hanno deciso che è tempo di cambiare bersaglio: fuori le centrali elettriche, dentro le rotaie, magazzini e stazioni. E così, la logistica diventa la nuova star di Mosca.

Volodymyr Zelensky ha detto:

«La Russia sta riorientando gli attacchi verso i nodi logistici e di trasporto.»

Per aumentare la pateticità dell’episodio, sempre nella regione di Dnipropetrovsk è stato colpito un vagone speciale di Ukrzaliznytsia, che in teoria dovrebbe essere una centrale elettrica mobile su rotaia, quella cosa lì usata per assicurare corrente e servizi essenziali. Insomma, una specie di ER mobile ferroviaria che ora fa la parte della pecora nera.

Ma aspetta, mica è finita. Dal venerdì sera, le centrali energetiche sono miracolosamente fuori dal mirino, tranne qualche rara apparizione nell’area di Donetsk. Tempo di respirare un attimo? Non sognare troppo: nessuna tregua, solo un cambio di strategia, perché la parola d’ordine a Mosca è “calibrare i bersagli”. Prima l’energia, ora la logistica. Chi ha detto che la guerra non possa avere un piano di marketing?

Il bluff diplomatico tra droni e negoziati

Alla vigilia del secondo round di negoziati ad Abu Dhabi tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, il ministero della Difesa russo ha pensato bene di ribadire quali fossero gli obiettivi preferiti: «le infrastrutture dei trasporti e i magazzini di munizioni usate dalle forze militari». Traduzione? Un bell’antipasto bellico per “fare il favore” ai negoziati.

Peccato che degli 85 droni lanciati nella notte, la stragrande maggioranza abbia scelto come bersagli… indovinate un po’? Obiettivi civili. Un dettaglio marginale, ovviamente, nella retorica di Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino, che, tra una bugia e l’altra, aveva annunciato un assenso russo a una tregua fino a oggi, giusto per creare quelle “basi positive” da usare durante i colloqui. Basi positive che, a quanto pare, si sono materializzate come un potenziamento degli attacchi. Chapeau.

La domanda del giorno è davvero affascinante: ora che la tanto celebrata “tregua” è ufficialmente scaduta, vedremo se gli attacchi alle infrastrutture energetiche saranno finalmente accompagnati da un bel massacro coordinato sulla rete ferroviaria. Perché, si sa, cosa c’è di meglio che colpire una nazione proprio nei suoi snodi vitali, così, giusto per aggiungere un pizzico di dramma quotidiano?

L’ultimo bersaglio? La stazione di Synelnykove, ovviamente, perché tanto si sa: ogni guerra che si rispetti ha bisogno di qualche treno da far saltare in aria per rendere tutto più realistico. Non si tratta certo di un episodio isolato. Ricordiamo con affetto il 27 gennaio, quando un treno passeggeri nella regione di Kharkiv, sulla tratta Barvinkove-Chop, è stato “visitato” da una decina di droni, mentre trasportava quasi 300 sventurati civili. Cinque morti e decine di feriti: un petalo di rosa nel bouquet della guerra.

Naturalmente il convoglio procedeva verso ovest, pieno di famiglie e innocenti viaggiatori, perché le guerre moderne sono quasi romantiche così. Subito dopo il colpo – che risveglierebbe anche il più annoiato degli analisti – Ukrzaliznytsia ha deciso di adottare misure “innovative” come sospendere o sostituire alcune tratte ferroviarie con banali autobus. Geniale. Un modo perfetto per dimostrare che quando la tua infrastruttura va in pezzi, puoi sempre contare su… un autobus.

Perché colpire le ferrovie? Perché amplificare la sofferenza, ovviamente. Anche in questo caso, il bersaglio principale sono i civili, roba da poco. I treni ucraini non trasportano solo passeggeri, ma anche evacuati, aiuti umanitari, carburante, equipaggiamenti e pezzi di ricambio. Insomma, armi e pacchi regalo in movimento.

Ecco poi un’idea brillante degna di qualunque stratega dal nome altisonante: deviare i treni e colpire i nodi ferroviari che mantengono la Zaporizhzhia collegata al resto del Paese. Metodo meno diretto, ma sicuramente più furbo, per isolare progressivamente la regione senza il fastidio di un’offensiva frontale. Pressione che si accumula, vedi mai che così la guerra diventi un efficace esercizio di logoramento e pazienza da manuale.

Il gelo taglia le gambe a una guerra già fredda

Mentre i termometri dicono di abbassarsi costantemente – da un mite -3 a uno spietato -15°, il Paese, già stretto nella morsa della guerra, si ritrova a combattere anche contro l’inverno. Immaginate il quadro: intere regioni ucraine isolate dalle rotte di trasporto con il gelo che bussa alle porte, e nessuno sembra particolarmente sorpreso. Una scena di normale amministrazione nel dramma che si consuma da tempo.

Vicino alla stazione di Synelnykove, ci sono due eroi della sopravvivenza quotidiana: Sasha e Mykola, appesi letteralmente a un palo della luce per ripristinare l’elettricità in un quartiere. Non una passeggiata, considerato che lavorano da più di 26 ore a temperature attorno ai -10°. Sasha è laconico nel definire la situazione: «Staremo qui per tutto il tempo necessario». Niente drammi, per carità, solo una persona che ha combattuto a Kherson e Bakhmut prima di subirsi una ferita alla schiena e che adesso è impegnato a lottare contro la natura stessa della crudeltà.

Per aggiungere un po’ di pepe al dramma energetico, ieri l’Ucraina è rimasta al buio per ore a causa di un generico “guasto tecnico”. Perché si sa, tecnicamente una guerra è qualsiasi cosa tranne che prevedibile.

Sul fronte della diplomazia, altra colonna sonora degna di un romanzo noir: a Miami si sono sbrigati in nuovi colloqui tra l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev e una delegazione americana guidata da Steve Witkoff. Entrambi i partecipanti hanno trovato l’incontro “produttivo e costruttivo”. Ovviamente, perché nulla dice pace futura come incontri e strette di mano a metà tra il tea party e il remake di “Guerre Stellari”.

Volodymyr Zelensky, sempre meno incline agli abbracci diplomatici con l’altro protagonista del dramma, si lascia andare a un’ironica dose di pessimismo: «Senza un contatto diretto tra me e Putin non si potrà raggiungere un accordo sulle questioni territoriali».

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