È il periodo di massima “pressione”, parola fin troppo in voga nel gergo diplomatico, ma questa volta non si parla solo di pressioni sull’Iran. Ah no, la vera star del momento è Donald Trump, a cui vogliono mettere la museruola come se fosse l’unico problema al mondo. Quando i pianeti si allineano – e c’è chi ci crede – Benjamin Netanyahu non può certo lasciarsi scappare questa plancia d’oro, come ha romanticamente spiegato Danny Citrinowicz, uno dei guru militari israeliani più gettonati.
Se ve lo state chiedendo, la massima “pressione” non riguarda solo la minaccia tecnica ma anche quella, molto più sottile e teatrale, di un momento d’oro per l’intervento americano in Mediterraneo, con eserciti e aerei che sfilano come in parata. Il nostro “grande amico” Netanyahu infatti ha dichiarato qualcosa di illuminante: avere così tante truppe americane e un presidente americano particolarmente agile nel premere bottoni significa un’occasione irripetibile da non far scappare.
A corroborare questa teoria da cinema di spionaggio ci sono le rivelazioni di Barak Ravid, altro esperto israeliano, che fa il colpo di scena: l’Arabia Saudita, fino a ieri regina del no, ha improvvisamente deciso di trasformarsi in fan sfegatata di operazioni militari americane concedendo il suo spazio aereo. Sorprendente, vero? Quanti avrebbero scommesso su questa svolta da manuale del trasformismo geopolitico?
La corsa all’armamento e gli accordi diplomatici al rialzo
Il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, ha gioiosamente firmato contratti per l’acquisto di sistemi Patriot e altre meraviglie belliche per la modica cifra di nove miliardi. E indovinate? Pare che abbia pure rassicurato la Casa Bianca sulla nuova friendly attitude di Riad. Da manuale del miglior venditore: fingi di stare alla finestra, poi vendi tutto al prezzo più alto. Se qualcuno crede a un attacco imminente, pensa anche la Cina, che nel frattempo ha piazzato un ponte aereo sfoderando 16 cargo con carichi militari – da radar a missili – presso Teheran. La solita Cina pragmatica che, per non perdere miliardi di investimenti della famigerata Via della Seta, distribuisce assistenza militare con la grazia di una vecchia zia ricca.
Non basta: Pechino ha anche messo a disposizione dell’Intelligence iraniana satelliti spia e sistemi di geo-localizzazione più sofisticati, perché abbattere droni con la tecnologia di ieri sarebbe davvero da dilettanti. Quel famoso attacco a sorpresa di giugno, con droni e missili che hanno messo K.O. i sistemi difensivi iraniani, sembra proprio non essersi dimenticato. E, attenzione, potrebbe ripetersi.
Sabotaggi, satelliti e fretta: un mix esplosivo
Ora, l’obiettivo principale dei servizi cinesi è chiaro: piazzare qualche bella trappola per evitare un bis di attacchi americani. Loro non usano più il vecchio GPS, preferendo il sistema Beidou, che è come passare dal motorino al jet supersonico nelle comunicazioni militari. E non è roba da poco, perché fa complicare parecchio la vita a chiunque osi infiltrarsi.
Netanyahu è sempre più impaziente: mentre aspetta, il sistema difensivo sino-iraniano si fa più forte e organizzato. Tocca dunque stringere i tempi, pena ritrovarsi davanti a una muraglia cinese-iraniana quasi impenetrabile. In tutto questo, gli accordi dello SCO – Shanghai Cooperation Organization per i nostalgici delle sigle – fanno da sfondo a questi scambi di informazioni, soprattutto quando si tratta di “sabotaggi esterni”. Traduzione? Se qualcuno prova a sporcare su un terreno amico, preparatevi a una ritorsione coordinata stile Guerra Fredda 2.0.
Nel frattempo, verso il Golfo si dirigono due cacciatorpedinieri cinesi di ultima generazione, le classi Tipo 55 e Tipo 52. Queste splendide navi si aggiungeranno alla formazione di navi iraniane e una russa, per quella che sembrerebbe una recita collettiva di esercitazioni militari. Un balletto nautico che evoca più una scena da film epico che una reale preparazione a una guerra imminente… o forse no.



