Bimba italiana all’asilo di Lione rischia la vita e la maestra finisce in cella per 30 anni: chi ha davvero dato da bere il detersivo?

Bimba italiana all’asilo di Lione rischia la vita e la maestra finisce in cella per 30 anni: chi ha davvero dato da bere il detersivo?

Trent’anni di detenzione. Sì, avete letto bene, trenta anni. Questa è la sanzione inflitta in appello all’assistente all’infanzia che, nel giugno 2022 a Lione, ha pensato bene di somministrare a una neonata di 11 mesi, con radici italiane, una quantità “enorme” di detergente per scarichi, lasciandola morire dopo atroci sofferenze.

Secondo i giornali francesi, Myriam Jaouen “ha deliberatamente ucciso Lisa con una sostanza tossica letale, versandola direttamente in bocca”. A parlare è il procuratore generale della Corte d’Assise di Ain, Baptiste Godreau, che ha descritto quattro ore di agonia estrema per la piccola vittima. Per questo “ineluttabile” atto di crudeltà, il magistrato ha chiesto ai giurati di riconoscere l’intenzione omicida e condannarla per omicidio.

L’imputata, che al momento del tragico evento aveva appena 27 anni, ha inizialmente negato ogni responsabilità, salvo poi ammettere di aver fatto ingerire il liquido acido alla bambina per “farla smettere di piangere”, ma – attenzione – “non per ucciderla”. Tutto molto convincente, soprattutto quando ha dichiarato di ignorare i rischi del prodotto chimico, affermazione prontamente smentita dalle testimonianze di inquirenti, medici e psichiatri.

Al termine del processo di primo grado a Lione nel 2025, è stata condannata a 25 anni di carcere, una pena che evidentemente non ha soddisfatto chi – in modo comprensibilmente furioso – ha deciso di fare ricorso. La richiesta dei genitori di Lisa ha avuto effetto e l’accusa ha invocato una pena più severa.

Myriam Jaouen ha mostrato un barlume di umanità, sussurrando tra i singhiozzi:

“Voglio scusarmi con la famiglia. Penso a Lisa ogni giorno.”

La madre della piccola, Sophie, scuote la testa con un rassegnato e silenzioso disappunto. Nessun perdono, più che comprensibilmente. L’avvocato dei genitori, Catherine Bourgade, ha incalzato i giurati perché non cadano nell’errore di lenire una condanna a suo avviso troppo mite:

“Venticinque anni sarebbero come dire a Myriam Jaouen: ‘Non avevate intenzione di uccidere Lisa, e la vostra versione ci ha convinti’.”

Quel tocco di ironia in una tragedia assurda

Si dice che la parola fine sia nei libri, eppure qui la storia sembra un pessimo romanzo: una donna incaricata di prendersi cura di un’infanzia indifesa compie un gesto tanto sconsiderato quanto orribile. Eppure, stando alle sue stesse parole, il movente sarebbe solo il fastidio per un pianto troppo insistente, un’illuminazione da premio Nobel nel campo della compassione umana.

Non stupisce che chi la giustifica o tenta di ridurre il tutto a mera perdita di controllo faccia fatica a sostenere la credibilità di simili scuse. Ignorare per anni la mortalità di un prodotto chimico che si usa proprio per pulire le fogne? Una bugia talmente grossa che anche gli esperti intervenuti in tribunale non hanno fatto altro che sbigottire.

D’altra parte, cosa ci si può aspettare da un sistema talmente inefficace da dover ricorrere al secondo grado di giudizio per ottenere una pena giustamente più severa? Trent’anni di carcere sembrano un minimo quando la crudeltà supera ogni immaginabile limite morale. Ma benvenuti nel teatro dell’assurdo giudiziario, dove la giustizia fa la sua lenta e poco efficace comparsa, in attesa di confermare che nulla sarà mai abbastanza per restituire la dignità perduta a una piccola vita spezzata.

Riflessioni sulla responsabilità e la tutela dell’infanzia

Se esiste un caso emblematico su come il sistema possa fallire nella protezione dei più deboli, questo è senza dubbio quello di Lisa. Non parliamo solo di responsabilità individuale, ma di un meccanismo complesso che ha azzittito sin troppo a lungo le urla di una bimba senza voce.

Gli asili nido e i centri di assistenza all’infanzia dovrebbero essere il rifugio dei piccoli, non il teatro di tragedie che scuotono la coscienza collettiva. Chiunque lavori con i bambini ha il dovere morale e legale di essere più che perfettamente informato sugli strumenti e le sostanze che maneggia, così come di mantenere una presenza di spirito e un senso di responsabilità che qui sono risultati tragicamente assenti.

La vicenda, costellata da genitori piegati dal dolore e da una condanna che – seppur severa – non potrà mai colmare il vuoto, ci ricorda quanto sia fragile il confine tra cura e crudeltà, tra attenzione e negligenza. E quanto sia urgente che la giustizia, la scuola, e la società tutta si facciano carico di questo dramma senza dimenticare le lezioni dolorose che lascia dietro di sé.

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