Ah, il dolce sapore della giustizia che tarda ad arrivare!
La condanna degli scafisti: un castigo che suona come una barzelletta
Già condannato alla bellezza di vent’anni di carcere, con tanto di conferma dalla Corte di Cassazione a giugno 2025, c’è il signor Gun Ufuk, cittadino turco e presunto capo di questa orrenda barca dei dannati. Subito dietro di lui, tre complici, freschi freschi di condanna. Un traguardo lampante, peccato che a confrontarsi con questa giustizia-lumaca siano sei militari italiani accusati di “naufragio colposo” e “omicidio colposo plurimo” per il loro “dolce far niente” durante le operazioni di salvataggio. La gioia dell’efficienza italiana: non aver mosso un dito se non a tempo perduto nonostante le segnalazioni tempestive dei sempre ligi agenti di Frontex.
La tragicommedia del coordinamento: chi salva chi?
Pochi minuti prima dell’iceberg che stava per affondare il destino di centinaia di vite, un aereo Frontex aveva individuato il caicco procedere “autonomamente, senza alcun segno di pericolo”. Magari si sarà confuso, visto che sul ponte si vedeva solo una persona, ma le termocamere avevano invece rilevato un “grande movimento” sottocoperta. Segni inequivocabili della disperazione di quella folla invisibile, ma che nessuno ha interpretato con la giusta urgenza.
In teoria, proprio da quel momento era il caso di correre ai ripari: il Centro di coordinamento internazionale e le autorità italiane furono immediatamente informate con dettagli precisi su posizioni, immagini a infrarossi, rotta e velocità. In pratica, l’operazione si trasformò in un gigantesco torneo di scaricabarile da parte della Guardia di Finanza, che spedì due motovedette al fronte… solo per farle tornare in porto più veloci di quanto si possa dire “soccorso”. La tempesta, ovvero il mare agitato, fece il resto. Ah, e poi non dimentichiamo: quella che poteva essere un’operazione di salvataggio venne trattata come una parata di controllo per fermare l’immigrazione irregolare. Priorità, eh?
Le bugie in tavola: la favola tragicomica della Guardia di Finanza
Come se non bastasse, le dichiarazioni ufficiali della Guardia di Finanza sono un capolavoro di fantasia degno di una saga hollywoodiana. Ma gli unici effetti speciali sono stati i morti, i feriti e il dolore delle famiglie.
I sopravvissuti e le ONG: il sipario si alza sul processo che tutti non volevano
Alla fine di oltre due anni di sterili indagini, la Procura di Crotone ha ritenuto opportuno mandare al banco degli imputati i protagonisti di questa vergogna nel luglio 2025. Non c’è che dire: una rapidità degna di un uragano.
Ora, a rallegrare questa farsa giudiziaria, si sono aggiunti come parte civile ben sessantacinque superstiti e una pattuglia di organizzazioni umanitarie che dal niente tentano di salvare ciò che le istituzioni ostinatamente abbandonano. Tra loro spiccano Amnesty International e le sei ONG tra le più attive nel Mediterraneo: Emergency, Sea Watch, Mediterranean Saving Humans, Sos Humanity, Louise Michel e Sos Mediterranée.
Amnesty International ha così commentato con una franchezza disarmante:
“Subito dopo la tragedia di Cutro, documenti trapelati hanno svelato che negli ultimi anni il governo ha sistematicamente limitato le risposte alle segnalazioni di pericolo in mare che riguardavano profughi e migranti. Un abuso istituzionale che potrebbe aver alimentato questa carneficina. Questo processo sarà l’occasione per chiarire eventuali responsabilità individuali per la morte di decine di persone, tra cui molti bambini. Sarà inoltre un momento cruciale per illuminare gravi carenze sistemiche e decisioni sciagurate delle autorità italiane.”
In poche parole: una tragedia annunciata, sostenuta dalla solita patina di rimpalli e tattiche dilatorie che la nostra amata burocrazia riesce a mettere in scena con l’eleganza di un elefante in una cristalleria. E tutto questo mentre le vittime, quelle vere, rimangono solo un numero da ricordare distrattamente tra un caffè e una riunione.



