Che sollievo: finalmente si parla di Groenlandia. Dopo l’ennesimo scivolone diplomatico del Presidente Donald Trump, minacciose dichiarazioni e sbalzi d’umore da far impallidire una soap opera, la Danimarca prova a mettere una pezza con un po’ di “dialogo costruttivo”.
Il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha ingenuamente definito “molto costruttivi” gli incontri di alto livello con Gli Stati Uniti e la Groenlandia, facendo sapere ai giornalisti che “la conversazione sull’isola è tornata in carreggiata”. No, non abbiamo saltato il segmento dell’umorismo involontario: sembra proprio che dopo due settimane di caos, l’imprevisto scivolone di Trump sia diventato solo un ricordo sfuocato.
Si scopre dunque che il confronto diplomatico a Washington di mercoledì, nato per risolvere la “crisi” provocata dalle minacce del tycoon di impossessarsi di un territorio tanto vasto quanto desolato, è andato “bene”. Perché, ovviamente, quando si mette in discussione la sovranità di un’isola spoglia e ghiacciata, niente è meglio del buon vecchio “torniamo al punto di partenza”.
Lars Lokke Rasmussen ha spiegato candidamente:
“Non è che abbiamo risolto tutto, ma almeno siamo tornati a quanto concordato a Washington due settimane e un giorno fa. Dopo quella data c’è stato un ‘piccolo’ dirottamento, le tensioni saliva-no, ma ora siamo nuovamente in carreggiata.”
E un po’ di ottimismo spuntato dal nulla – tutto molto rassicurante, come se l’arte di negoziare la proprietà di un territorio strategico fosse una sessione di brainstorming tra amici al bar.
I siparietti del Presidente Trump
Nel frattempo, la star della politica internazionale, il Presidente Trump, ha fatto un passo indietro dalle sue minacce di imporre tariffe punitive agli alleati europei contrari alla sua follia territoriale. Anche usare la forza? Manco per sogno, non in pubblico almeno. Durante il suo apparizione al World Economic Forum di Davos, ha fatto sapere che niente cannoni, solo trattative su un “framework per un affare futuro” riguardo alla Groenlandia, così vago da sembrare più un progetto di fantasia che un piano politico.
Non si è fatto mancare qualche uscita su Truth Social, dove ha annunciato di avere un “concept” di accordo. Parola sua, mica la nostra. Qualche giorno dopo, ha confidato a CNBC di avere chiaramente sotto mano l’idea di un affare, mentre lo spettro di un colpo di scena degno di un film di serie B aleggiava:
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato ai legislatori:
“I colloqui sulla Groenlandia saranno portati avanti in modo molto professionale, diretto e, alla fine, risolti positivamente. Siamo in un buon punto ora. Penso che abbiamo messo in piedi un processo che porterà a un buon risultato per tutti. L’interesse del presidente per la Groenlandia è chiaro, è una questione di sicurezza nazionale.”
Quando l’ansia veste il ruolo di primo ministro groenlandese
I leader di Groenlandia e Danimarca, responsabile della difesa dell’isola, hanno girato per Germania e Francia con la fervente speranza di racimolare un po’ di appoggio contro le minacce di Trump — che sembrano più un reality show che una strategia politica seria.
Il primo ministro groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, a Parigi ha spiegato il magico compito del suo governo:
“Cercare di resistere alle pressioni esterne e gestire la paura e l’angoscia della nostra gente.”
Peccato che la “paura” sia del tutto giustificata. Per anni, Trump ha insistito che gli USA devono assolutamente mettere le mani sulla Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, avendo persino suggerito nel 2019 l’idea di acquistare l’isola. Perché nulla dice “amicizia internazionale” come comprare un pezzo di terra da un altro paese come fosse un tappeto su eBay.
Il “ritorno” di interesse a gennaio, subito dopo l’operazione militare contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha ulteriormente scaldato gli animi, spingendo la prima ministra danese Mette Frederiksen a decretare l’inequivocabile fine dell’ordine mondiale che conoscevamo. Che dire? Niente più copione stabilito, solo caos e trattative “molto professionali”.
Non sorprende affatto che i sondaggi evidenzino come la stragrande maggioranza dei groenlandesi sia contraria al controllo americano e molto più incline all’indipendenza dalla Danimarca. Ma tranquilli, che la politica globale ragioni esclusivamente sugli umori popolari!



