Gli eurodeputati sulle cause legali: finalmente proteggiamo le opere d’arte rubate dall’intelligenza artificiale

Gli eurodeputati sulle cause legali: finalmente proteggiamo le opere d’arte rubate dall’intelligenza artificiale
genAI, non può più comportarsi come un pirata del diritto d’autore. Così, con un votaccio da niente – 17 sì, 3 no e 2 astenuti – i membri della Commissione Affari Legali si sono accordati su un pacchetto di proposte per garantire trasparenza totale e remunerazioni adeguate ai titolari dei diritti quando la genAI si diverte a spulciare e copiare opere protette.

Perché, ehi, sorprendentemente, il diritto d’autore vale anche nel mondo digitale e per gli algoritmi che usano il nostro patrimonio creativo come fossimo un buffet a volontà. L’UE vuole che queste intelligenze artificiali, ovunque si addestrino nel pianeta, rispettino le leggi europee. Dovranno elencare ogni singola opera usata, annotare ogni attività di “crawling” con minuzia maniacale e – ciliegina sulla torta – se non rispettano queste trasparenze saranno colpevoli di violazione del copyright, e guai a loro con la giustizia.

Non basta fermarsi alla trasparenza: si pretende anche un compenso equo. È fondamentale che il settore creativo europeo non si estingua sotto la spinta di queste intelligenze tuttofare, vogliosi di addestrarsi senza pagare il conto. Anzi, i deputati cercano pure di capire se questa tariffa dovrà valere retroattivamente, così, per fare le cose ben fatte. Fortunatamente, hanno detto un pollice verso a quella geniale trovata della licenza globale a forfait, un’abitudine che avrebbe consegnato l’Europa al far west del copyright.

Tutelare il pluralismo e i diritti individuali, se ci riescono

La commissione si agita anche per difendere il settore dei media, minacciato da questi sistemi che fanno la spola tra le notizie, decidendo arbitrariamente cosa mostrare e rubando il traffico (e quindi i soldi). Secondo loro, i media devono avere il controllo assoluto su come i loro contenuti vengono usati per addestrare le AI, con tanto di diritto di veto. Ah, il vecchio sogno della sovranità sui propri contenuti da portarsi dietro anche nel 2024.

In più, dicono che i contenuti generati completamente dalle AI dovrebbero restare un territorio libero da copyright. Peccato, però, che allo stesso tempo insistano su regolamenti per fermare la diffusione di fake o manipolazioni made in AI e obbligare i provider digitali a fare i controllori di Internet. Indovinate chi fa il lavoro sporco? I soliti, naturalmente.

Il prezioso potere (eventuale) di dire no all’AI

Come ciliegina finale, i deputati vogliono regolamentare le licenze per usare materiale protetto nelle AI e spronano la Commissione a facilitare la creazione di accordi collettivi per settore, aperti pure a singoli creatori o PMI: insomma, un sistema che sembra più una fantascienza burocratica che una soluzione concreta. Ancora di più, chiedono strumenti per consentire ai titolari dei diritti di impedire, se vogliono, che le loro opere vengano usate dai sistemi di AI generalisti. Ora ci manca solo il pulsante “STOP AI” sui nostri diritti d’autore.

Axel Voss, il relatori di questa gara a ostacoli legali, ha detto:

“L’intelligenza artificiale generativa non può funzionare al di fuori dello stato di diritto. Se si usano opere protette per addestrare i sistemi AI, i creatori hanno diritto a trasparenza, certezza legale e giusta compensazione. L’innovazione non può venire a spese del copyright; entrambi possono e devono coesistere. Regole chiare e applicabili sono la chiave per garantire la sovranità tecnologica europea. Il nostro obiettivo è stimolare l’innovazione salvaguardando i principi fondamentali della proprietà intellettuale.”

Certo, perché nulla dice “innovazione” come la costruzione di gabbie normative per impedire a quelle fastidiose AI di fare i propri comodi con le opere creative. E intanto si prepara il terreno per la futura plenaria dove si voterà tutto questo pastone burocratico, sperando che qualcuno abbia il coraggio di dire “basta” o almeno di aggiungere altre clausole a prova di paradosso.

In fondo, l’intera faccenda cerca di rispondere a interrogativi che nessuno aveva il coraggio di affrontare: come conciliare un fenomeno tecnologico che sembra uscito da un romanzo di fantascienza con una legislazione ancorata al secolo scorso? Must be the European way.

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