Davide Van De Sfroos conquista il Dal Verme di Milano con la sua armata folk pronti a scuotere le orecchie degli snob

Davide Van De Sfroos conquista il Dal Verme di Milano con la sua armata folk pronti a scuotere le orecchie degli snob

Prepariamoci a non poter più dire di non averlo visto dal vivo, perché Davide Van De Sfroos si appresta a invadere il Teatro Dal Verme di Milano domenica 1 febbraio con il suo ultimo e ambizioso smacco artistico, “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”. Dopo aver mandato in tilt teatri a Sondrio, Seregno, Arcore, Saronno, Como e, udite udite, anche Varese ormai sold out, il nostro caro cantautore e scrittore comasco si attrezza per un tour che punta a riscoprire tutto il suo repertorio, ma questa volta con una “piccola” orchestra a fargli da contorno. Perché da soli si fa meno scena, giusto?

Finalmente vedremo il folclore della Tremezzina farsi sinfonia nelle sale più chic del Nord Italia (ma non solo), dove folk e orchestra si abbracciano teneramente senza stravolgere quella poesia da dialetto rigorosamente locale che ha fatto la fortuna di van De Sfroos. Insomma, il suo tour è “un modo per guardare le canzoni con occhi nuovi”, ci dice Van De Sfroos, come se non bastassimo a sentirle già infinite volte nello stesso modo.

Davide Van De Sfroos ha passato vent’anni distribuito sui palchi italiani senza mai perdere lo zoccolo duro degli affezionati, grazie a dischi che hanno venduto ben 350mila copie a dispetto della logica commerciale, quella cosa noiosa che rende la musica… vendibile. La sua alchimia, tutta made in Como, pesca nel folk tradizionale, lo mescola con un’insalata di influenze celtiche, country, reggae e rock, il tutto condito coi versi del dialetto tremezzino, quel vezzo lessicale che funziona da filtro magico sui suoi personaggi folkloristici pronti a invadere le nostre menti.

Non si può parlare di Van De Sfroos senza ricordare che non è solo un cantautore ma anche un prolifico scrittore e curatore di manifestazioni che sposano i dialetti italiani con la musica, perché evidentemente una sola dimensione non gli bastava. I suoi due libri pubblicati da Bompiani, la raccolta poetica e il progetto multimediale Terra&Acqua, sono esempi lampanti di questa sua capacità di rifugiarsi tra tradizioni regionali e modernità. Sicuramente tutto molto “alternativo” e “originale”, come solo un cantante dialettale può permettersi di apparire.

Il suo ultimo disco, Van De Best, è l’ennesima raccolta celebrativa, la diciamo pure, di 25 anni di carriera solista, con una selezione di ben 49 successi dai lontani anni ’90 ai primi anni 2000, tutti rigorosamente ri-registrati per offrire al pubblico esattamente la stessa musica ma con un “sound” nuovo, che fa tanto “look vintage che piace anche ai giovani”.

Il fascino irresistibile del dialetto e della nostalgia musicale

Se il dialetto è la chiave segreta del suo successo, non è certo per virtù di originalità: ormai i dialetti nel panorama musicale sono diventati un vero must per i cantanti che vogliono sembrare “autentici” o “vicini alle radici”. Davide, ovviamente, ci aggiunge quella miscela di storie di lago, aneddoti di provincia e un pizzico di romanticismo, giusto per non farci dimenticare che dietro le canzoni c’è un mondo che sembra uscito da un quadro vintage di qualche pittore sognatore della Brianza.

Così, lo spettacolo non è altro che un modo elegante per far risplendere vecchie canzoni sotto una luce nuova, cioè una luce da sipario importante, con tanto di orchestra – perché mica poteva tenere solo la chitarra e la voce, altrimenti che progetto 2026 sarebbe?

Del resto, in un’epoca in cui la musica si consuma spesso come fast food, Van De Sfroos decide di mettere tutto nelle mani di una grande “Folkestra” (sì, proprio così, con la k), con cui intrappolare quel suono collettivo che sembra volerci dire: “Ehi, la tradizione folk può anche essere grande e anche orchestrale, non solo roba da festival estivi in riva al lago”.

Certo, non mancherà lo sforzo di mantenere quella “energia e profondità” di sempre – parola di Van De Sfroos – perché non sia mai che il caro pubblico si senta tradito da una ritrovata compostezza teatrale. Insomma, un viaggio tra emozioni già sentite ma arrangiate con tanto zucchero filato orchestrale.

La domanda a questo punto è: sarà la solita festa di pubblico e folklore o un definitivo passo verso quel teatro “importante” che troppo spesso rimane un miraggio per i cantautori nostrani? Certo è che se siete tra quelli che il folk lo tollerano solo se è fatto “come una volta”, forse questo Van De Sfroos orchestrale potrebbe farvi ricredere.

Nel dubbio, affrettatevi per i biglietti, perché a questo punto il successo è garantito, come quella sensazione squisitamente nostalgica e un po’ provinciale che solo la “folkestra” di Van De Sfroos può regalarvi. E poi diciamocelo, ce ne voleva uno che facesse suonare il dialetto come un’orchestra sinfonica, giusto per non perdere l’occasione di dimostrare che anche il lago di Como può diventare una capitale culturale… se ci metti la giusta Folkestra (sempre con la k).

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