Parigi. Sulla passerella di Valentino per la couture estiva arriva un gioco di riflessi molto profondo, dal titolo pomposo e latineggiante Specula Mundi, ossia “Specchio del Mondo”. Perché, signori e signore, da queste parti si riflette seriamente sull’importanza dello sguardo, sulla necessità immane di fermarsi a guardare, di pensarci su e, soprattutto, di non farsene travolgere come poveri polloidi ipnotizzati dalle immagini infinite che ci strozzano ogni santo giorno, soprattutto sui social. La seconda collezione couture di Alessandro Michele alla guida creativa della maison romana è niente meno che un urlo estetico: fermatevi, ascoltate, guardate, ragionate con i vostri occhi, mica con il rollino automatico del vostro smartphone.
Ovviamente, questo spettacolo arriva a pochi giorni dalla dipartita di Valentino Garavani e all’interno della sala riecheggia la sua voce, riconoscibile e potente, accompagnata da parole che furono pietre miliari della sua esistenza: «Fin da piccolo ho inseguito la bellezza». Come se non fosse già sufficiente essere asciugati da questa frase, ecco che la memoria del maestro si insinua con la grazia di un elefante in cristalleria.
Prima dell’inizio del défilé, Alessandro Michele stila una lettera per il compianto maestro, una barcollante dichiarazione di “debito” artistico. Ci sarebbe da chiedersi: chi mai può sentirsi davvero non indebitato all’interno di una casa che, a quanto pare, è “già abitata”, carica di tracce e gesti che sembrano un incubo per qualsiasi creativo libero da vincoli.
«Valentino è una figura mitologica per me, una presenza fondativa, un riferimento ineludibile che agisce come origine e misura», scrive Michele. Letteralmente, il vecchio maestro incarna la pietra angolare, stessa pietra angolare che, pensate un po’, “continua ad agire” anche ora, come uno spettro benevolo quando ormai la collezione è già chiusa e nessuno può più cambiare una nota. Eppure, tra gli abiti, si scorge quel filo misterioso che tiene insieme passato, presente e futuro: come un déjà vu sartoriale made in Roma.
Come se non bastasse, l’estetica stessa di questo guardaroba si concede un tuffo temporale volutamente confuso, sospeso tra i ruggenti anni ’20 del secolo scorso e i tempi attuali, generando un mix vintage-now che accende la nostalgia e l’esilarazione contemporaneamente. Naturalmente, a segnare stili e forme c’è come sempre il massimalismo colto che Alessandro Michele ci ha imposto dagli esordi, senza sconti né reprensioni.
La messa in scena poi, per gli appassionati di passato dimenticato, rispolvera con orgoglio il kaiserpanorama, quel dispositivo del XIX secolo che pochi oggi ricordano: una specie di scatola magica nella quale si guardavano immagini stereoscopiche in movimento, un’esperienza lontana dalla scrollata veloce del pollice di oggi. Protagonista assoluto? Lo sguardo, che è individuale e collettivo allo stesso tempo. Un invito a decifrare il mondo con i propri codici, senza badare a distorsioni di Instagram o filtri di TikTok, in una stanza che sembra fuori dal tempo.
Alessandro Michele spiega:
«In un presente dominato dalla simultaneità dello sguardo, dalla sovraesposizione mediatica e dalla fruizione rapida, l’Haute Couture vuole e deve invece offrire una visione fatta di lentezza e concentrazione».
Tradotto: mentre tutto corre veloce e si consuma in pochi secondi di meme o storie effimere, la haute couture si aggrappa disperatamente alla lentezza come se fosse un totem impenetrabile. Peccato che questa “lentezza” venga servita con le stesse dosi di “grandezza” ed eccesso, cioè quelle cose così poco alla portata di tutti che un tempo facevano delle dive delle divinità e oggi rischiano solo di farci sentire tutti un po’ più miserabili.
Alessandro Michele ridona all’alta moda quella distanza da ammirare, quelle luci abbaglianti e quell’eccesso che una volta era la firma indelebile di un’arte che oggi si fa ancora più teatrale, magari con qualche rimpianto in più e qualche dubbio in meno. Il mondo di Valentino: ieri, oggi, domani… o forse un eternamente sospeso fra ricordi e nostalgia da passerella.



