«Zio Giorgio avrebbe detto: ben fatto». Con questa frase, più consolatoria che altro, Silvana Armani si presenta timidamente come nuova direttrice creativa della linea femminile di Alta Moda. Un debutto scandito dall’emozione di una prima volta e dalla presenza ingombrante, anzi ingombrantissima, di un’assenza: quella del leggendario zio Giorgio Armani, la cui memoria riempie ogni angolo di quel palazzo al 21 di rue François 1er. Quasi a sottolineare che, pur passando il testimone, l’autore vero resta uno solo. Chi applaude in prima fila? Nientemeno che Michelle Pfeiffer, Kate Hudson, Diane Kruger e Valeria Bruni Tedeschi, perché il debutto di Silvana è il nuovo capitolo di una saga che continua—anzi, prova a reggersi sugli eredi, Silvana e Leo Dell’Orco, quest’ultimo alle prese con l’universo maschile. L’incubo pre-sfilata? Insonnia da esame, ovviamente. «È stato come un esame», confessa lei, protagonista di quarant’anni di apprendistato quotidiano al fianco dello zio. «Lui la chiamava “la palestra”. All’inizio ero nel panico assoluto, perché di signor Armani ce n’è uno solo. Poi mi sono detta: conosci il suo metodo, conosci il suo pensiero. Vai e fai il tuo lavoro». E così ha fatto.
Il debutto di Silvana Armani: un’addio velato e un futuro incerto
Da Giorgio Armani Privé arriva un misto di emozioni: l’eccitazione di una “prima” che però accarezza anche il peso dell’assenza. Protagonista è la nipote Silvana, ufficialmente scelta dallo zio come erede della direzione di tutte le collezioni femminili. La sua creazione di debutto è una collezione “evolutiva”: si muove nel segno della maison ma con una prospettiva personale, quasi intima, in cui la femminilità si deposita su abiti fluttuanti e delicati, come carezze di seta.
Il colore cambia rotta: fuori il solito greige, dentro trionfa il verde giada in una tonalità chiarissima, spezzata da tocchi di rosa pallido. Il nome? “Jade”. Perché, spiega Silvana, «è una pietra delicata. E il rosa chiaro con lei è la combinazione perfetta». Pura poesia, come nella miglior tradizione. Tra tante novità, curioso notare che questa giovane direttrice creativa è l’unica donna che oggi guida una maison parigina durante questa edizione—un vrai exploit nel mondo della moda ancora saldamente maschilista.
La passerella inizia con un tailleur pantalone bianco, taglio decisamente maschile e proporzioni oversize, portato dalla favorita di “re Giorgio”, la modella Agnese Zogla. Spoglia di gioielli, senza nemmeno il cappellino di rito che aveva sempre accompagnato le presentazioni del Privé. Numero totale? 60 pezzi, contro i 90 a cui ci aveva abituati lo zio: una sfilata asciutta, minimalista, forse troppo fedele all’idea di “meno è più” nel tentativo di mettere in scena una femminilità sintetica ma non priva di ambizioni.
La nuova tonalità di una moda senza più sovrani
Gli abiti sono colonne che si muovono con tagli e drappeggi, tuniche longuette che si aprono gentilmente per rivelare pantaloni in sottofondo. Silvana racconta che voleva una collezione «che potesse essere indossata da tutti, fluida, con colori insoliti, semplice a modo suo ma ricchissima». Strano a dirsi, ma nessun velluto; il tessuto domina è leggero, aggraziato, progettato per assecondare il movimento: seta, organza, cadì, impreziosite da cascate di cristalli e ricami ispirati a fiori e lanterne cinesi.
Silvana tiene a precisare che la collezione racchiude tutto il DNA di Giorgio Armani, ma con “piccoli twist” personali. Ha puntato su molta pantalonia, mentre lui era più affezionato agli abiti lunghi. «Ho cercato di rendere sciolta la donna che indossa queste creazioni, senza costringerla in rigidi corsetti. Io sono più asciutta, meno decorativa». Ma cosa avrebbe detto il maestro? «Credo approverebbe tutto, ci guarda e ci benedice».
Quanto a Silvana Armani, eccola vestita come durante la serata evento alla pinacoteca di Brera: la prima “orfana” di re Giorgio, quella che ha il compito gravoso di tenere alta la bandiera. «Sono emozionata», ammette, «e anche scaramantica». Fortuna? Qui c’entra poco. Sono ben 45 anni a fianco dello zio che hanno forgiato questa prova e, a giudicare dagli applausi di nomi blasonati come Michelle Pfeiffer (che non manca mai alle vacanze in Pantelleria), Kate Hudson, Diane Kruger, Valeria Bruni Tedeschi e Marisa Berenson, il responso sembra positivo.
Il gran finale? Un abito da sposa pensato e disegnato dallo stesso Giorgio Armani ma mai messo in passerella nella sua ultima collezione – quella dominata dal nero, troppo “in contrasto” con il bianco nuziale, diceva lui. Eccolo sfilare ora, meraviglioso in chiffon e ricami, affidato nuovamente alle mani di Agnese, velata e solenne. Un gesto sacro, un rituale che sancisce il passaggio di testimone in una maison ora orfana del suo re. Perché, parafrasando, il re è morto, lunga vita alla regina (o ci prova almeno).



