Gli studenti dell’università tecnologica di Dublino stanno godendo di un privilegio inaspettato dell’intelligenza artificiale: riscaldare il loro campus grazie a essa. Dal 2023, il campus di Tallaght della Technological University of Dublin è uno degli edifici nel sobborgo sud-occidentale della città riscaldati con il calore di scarto proveniente da un centro dati di Amazon Web Services. Chi avrebbe mai detto che quei mostri voraci di energia potessero scaldare qualcosa?
I data center, si sa, producono sempre calore in eccesso, ma il loro collegamento con reti di riscaldamento urbano è sempre stato un parto lento e doloroso. Perché? Semplice: il calore prodotto è spesso troppo tiepido per scaldare direttamente altri edifici. Ma con l’esplosione dell’IA, la musica cambia. Questi centri dati ospitano sempre più chip avanzati che richiedono fino al triplo della capacità di calcolo e, di conseguenza, generano più calore. Invece di sprecarlo, si è cercato il modo di sfruttarlo senza dover sacrificare l’efficienza o la tanto sbandierata sostenibilità.
Adam Fabricius, responsabile commerciale di Sav Systems e studioso delle reti di calore per EnergiRaven, ci illumina con il suo entusiasmo:
“La vera svolta è che l’IA permette di raggiungere temperature più elevate e il raffreddamento ad acqua rende tutto più semplice. Serve molta meno attrezzatura per collegare questi sistemi.”
Ma non è tutto. Fornire calore a una rete di riscaldamento urbano fornisce ai data center una “licenza sociale aggiuntiva”, spiega Brendan Reidenbach dell’International Energy Agency. Ora, se la matematica dei costi non quadra, almeno il buon cuore e l’impatto sociale positivo compensano. Trasformiamo la cartina al tornasole del consumismo informatico in una fiaba verde e decarbonizzata: chi l’avrebbe mai detto?
“Non è sicuramente il più conveniente in termini economici, ma contribuisce a trasformare una potenziale bad news – l’aumento dei data center – in una buona notizia sotto forma di riscaldamento decarbonizzato. Una situazione win-win, insomma.”
L’Irlanda, la Lavagna Bianca del Riscaldamento Urbano
Microsoft ha già annunciato che alimenterà la rete di riscaldamento urbano di Høje-Taastrup in Danimarca, un centro dati Equinix scalda mille case a Parigi, e Google ha un progetto di recupero del calore a Hamina in Finlandia. Ma l’Irlanda si distingue per aver dichiarato un’improbabile moratoria sulle nuove richieste di data center, esasperata dalla pressione sul limitato sistema elettrico di Dublino, dove nel 2024 questi colossi hanno consumato il 22% dell’energia nazionale.
Ovviamente, la moratoria è stata ammorbidita alla fine dell’anno scorso, quando il boom dell’IA ha ribaltato ogni previsione: da problema esistenziale a oro economico. L’isola è praticamente una “lavagna bianca”, come racconta lo stesso Reidenbach, visto che prima non aveva nemmeno un sistema di riscaldamento urbano strutturato.
Il progetto di Tallaght è un esempio di quanto la pianificazione integrata possa essere efficace, coinvolgendo sia l’operatore del sistema elettrico che quello della rete di distribuzione. Nel 2020, il governo locale ha creato Heat Works, la prima utility energetica no-profit della nazione, che approfitta del calore di scarto dal centro AWS per scaldare interamente la rete.
Rosie Webb, capo della decarbonizzazione alla TU Dublin, via email ci rivela un dettaglio gustoso:
“Sebbene siamo solo al secondo anno di monitoraggio, abbiamo evidenze che il progetto limita la nostra esposizione agli shock di mercato sui prezzi.”
Nel 2024, nonostante due nuovi edifici che hanno aumentato la domanda energetica, il campus è riuscito a tagliare circa 704 tonnellate metriche di anidride carbonica. Non male, intendiamoci, per un impianto che usa il calore “gratuito” di un data center AWS, la cui responsabile nazionale, Niamh Gallagher, definisce questa collaborazione una “opportunità unica”.
Il progetto prevede di riscaldare 55.000 metri quadrati di edifici pubblici (più triplo rispetto al campo del Croke Park) oltre a spazi commerciali e 133 appartamenti. L’ironia? Il calore nasce da server che elaborano intelligenza artificiale, spesso dipinta come ultima frontiera dell’asservimento tecnologico, e viene usata per… mantenere umani confortevoli al caldo. Ecco il “win-win” di cui parlavano.
Niamh Gallagher commenta sprezzante:
“Quando si individua un progetto speciale che usa la nostra infrastruttura per sostenere gli obiettivi climatici della comunità, è doppia vittoria.”
Raffreddare i Chip Roventi con il Calore Urbano
Parlando di reti di calore, l’Europa straccia gli Stati Uniti in esperienza e infrastrutture, ci ricorda Ben Hertz-Shargel, responsabile globale dell’area “grid edge” presso una società di ricerca energetica.
Questo grazie anche all’azione congiunta di aziende tecnologiche che si sono rese conto che buttare via l’energia termica prodotta da server affamati di calcolo non è la miglior idea se vuoi passare per green. Insomma, più che detox, è un reboot del concetto di sostenibilità: bruciare meno carbone ma scaldare tanti edifici con la stessa tecnologia che fa girare i nostri amati algoritmi.
Chi l’avrebbe mai detto? L’assurdità di scaldare case con la febbre dei chip sembra ridare un senso a quel vecchio adagio: “Se non puoi batterli, riscaldali”.
Oh, il futuro brillante dei centri dati, quei covi di elettricità e aria condizionata, ora protagonisti dello scenario energetico sostenibile. Immaginate il calore inutile che scappa da CPU e GPU come una risorsa preziosa, non uno spreco da ignorare. Quel calore di scarto, tipicamente relegato a uno spreco innocuo, si sta trasformando nel nuovo oro per il riscaldamento urbano, almeno secondo l’entusiasta Wood Mackenzie e altri visionari del settore.
Secondo Hertz-Shargel, i centri dati di medie dimensioni, quelli non troppo lontani dalle grandi città, sarebbero i perfetti candidati per consegnare questo calore agli impianti di riscaldamento di quartiere. E il brillantissimo esempio di Equinix – che, pare, non guadagni un centesimo da questa operazione – sembra confermare la bontà del modello. Peccato però che la realtà sia un po’ più grigia: permessi infiniti e costi da capogiro per costruire le reti di distribuzione del calore fanno sembrare l’idea più un ologramma sfuggente che un progetto realizzabile su larga scala.
Ah, la bellezza delle incongruenze temporali! Le reti di teleriscaldamento si proiettano orgogliosamente su un orizzonte trentennale, mentre i gadget tecnologici nei data center si fanno scrupolosamente un paio d’anni e poi fanno le valigie. Stando a Reidenbach, questa differenza di durata rischia di regalarci un futuro pieno di “asset abbandonati” (leggasi sprechi da manuale di economia) che puzzano di fallimento.
Il glorioso amico termico: Nexalus e il suo jet impingement cooling
Entra in scena Nexalus, la compagnia che ha deciso di prendere il problema del calore sprecato e trasformarlo in una sorta di pozzo nero ipertecnologico. Proveniente da un brillante brevetto sviluppato al Trinity College Dublin, questa società ha inventato un sistema di raffreddamento liquido a getto diretto che promette di trasformare quel calore da un misero 30-35 gradi a una robusta uscita di 55-60 gradi Celsius, e tutto senza bevute di pompe di calore. Una temperatura perfetta per rifornire l’acqua calda di quartiere senza timori e senza filtri fronzoli.
Kenneth O’Mahony, CEO di Nexalus, ha spiegato la genialata con un paragone idraulico piuttosto azzeccato: “È come un soffione della doccia dove, invece di bagnarti a caso, punti l’acqua proprio dove ti fa male. Noi facciamo così con il calore: mappiamo ogni punto “bollente” dei chip per massimizzare l’efficienza.” Persino i termosifoni da palazzo non possono che invidiare tanta precisione.
E per finire in bellezza, O’Mahony si abbandona a una visione quasi utopica: in un glorioso futuro prossimo, i data center non saranno più solo divoratori di energia, ma produttori di calore per interi condomini. Del resto, perché progettare un edificio senza pensarci dentro il suo fedele compagno fumante?
Tra l’altro, Nexalus non è il solo a scaldare la scena (letteralmente). Nvidia, dopo aver lanciato i suoi chip Rubin di ultima generazione, ha piazzato una bomba nel mondo del raffreddamento, tornando al principio che meno raffreddi, meglio è. L’effetto collaterale? Raffreddare meno significa poter recuperare più calore utile. Rob Pfleging, CEO di Nautilus Data Technologies, si è sentito addirittura “in brivido” a questa idea. D’altronde, una volta che si alza la temperatura dell’acqua, tutto diventa più efficiente, mica pizza e fichi.
Difficoltà e ambizioni: il viaggio visionario verso il teleriscaldamento
E non credete che questa follia tecnologica sia destinata solo alle tristi lande irlandesi. No, Regno Unito e compagnia bella vogliono imparare dai nordici, quei maestri del teleriscaldamento, con l’ambizione di portare le reti termiche al 20% della domanda nazionale entro il 2050. Oggi sono ferme a un misero 3%. Ce la faranno? Chissà, nel frattempo l’analisi di EnergiRaven e consultori super tecnici quantifica che, se si amplia questa rete insieme all’avanzare dell’intelligenza artificiale, il calore di scarto potrebbe riscaldare ben 3,5 milioni di case entro il 2035.
Matthew Powell, esperto energetico, lo spiega così: riutilizzare l’energia significa usarla due volte, rompendo le leggi di Murphy e risparmiando pure importazioni di elettricità. Fabricius aggiunge pure la ciliegina politica: sostituendo il gas naturale si fanno ridere in faccia geopolitica ed economia. Un bel due piccioni con una fava di acciaio.
Naturalmente, sorge spontaneo chiedersi: ma affidarsi a un centro dati privato per una fonte energetica così core non è un rischio? La risposta dell’università di Dublino è stata pragmaticamente rassicurante: il loro sistema di Tallaght non dipende da un’unica fonte, anzi, stanno già esplorando l’energia geotermica e altre fonti rinnovabili per diversificare ulteriormente il mix. Un concerto sinfonico di fonti per scordare gli imprevisti.
Intanto, tra mille difficoltà, il campus di TU Dublin può finalmente vantare di coprire il 92% del suo fabbisogno termico grazie a questo fantastico sistema, accelerando la sua corsa verso gli obiettivi di decarbonizzazione del 2030. Ma non pensate che il mondo sia già domato: globalmente, il teleriscaldamento copre solo il 10% della domanda termica degli edifici, e il 90% di questa energia proviene ancora da fonti fossili. Proprio così, il pianeta continua a bruciare gas e carbone come se non ci fosse un domani, mentre cerca di farci credere che un cambio di paradigma sia dietro l’angolo.
Fabricius ci regala una verità scomoda: diversificare i sistemi è forse la strada più intelligente ma anche quella più dolorosa, piena di ostacoli burocratici e tecnologici. Nel Regno Unito, almeno, sembrano aver aperto gli occhi e si dicono pronti a tentare qualcosa di diverso, anche se non sarà una passeggiata nel parco.



