Il Fuorisalone ha deciso di dire addio alle interminabili code che affliggono i malcapitati spettatori e ha escogitato una “rivoluzione” tecnologica per il 2026. Ecco spuntare il Fuorisalone Passport, un marchingegno in versione beta, attualmente riservato al solo Brera Design District, pensato per semplificare quella che fino a ieri era una sofferenza collettiva: entrare senza dover consegnare l’anima e mezzi di comunicazione in ogni stand.
Il funzionamento è semplice, o almeno così dicono: il pubblico dovrà registrarsi una volta soltanto, gratis, ottenendo un Qr Code personale che promette di bypassare le file estenuanti. Gli organizzatori, con grande umiltà, lo definiscono un “salva-tempo”. E che novità, no? L’accesso agli eventi rimane naturalmente in balìa delle decisioni dei brand, della capacità delle location e delle sorprendenti procedure di sicurezza, ma d’ora in poi meno moduli e meno passaggi dovrebbero garantire un percorso visitativo più fluido, tipo un film senza interruzioni pubblicitarie.
Con questo codice, i visitatori potranno scorrazzare da uno spazio espositivo all’altro con una mobilità finora riservata a pochi eletti. Non c’è nemmeno bisogno di perdere tempo con pesanti download di app: tutto avviene via browser, perché complicare la vita quando si può fare semplice, giusto? La registrazione dà vita a una sorta di identità digitale che gli espositori potranno acquisire senza farsi chiedere i dati ogni volta, risolvendo così la noia mortale di compilare moduli multipli ad ogni stand.
L’idea è stata partorita da Studiolabo, che sostiene di averla sviluppata ascoltando le lamentele della community, visitatori, aziende e organizzatori, che da anni convivono con una palese e insopportabile frammentazione: registrazioni infinite, piattaforme diverse e processi ridondanti, talvolta così complessi da far passare la voglia anche ai più appassionati. Paolo Casati, cofondatore di Studiolabo, spiega che questo caos “spesso va a scapito della qualità della visita”. Geniale, no?



